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scritti su Gréa


La vita religiosa nella Chiesa

Il contenuto del presente articolo non è il frutto di una personale ricerca, ma la sintesi, mi auguro fedele, del capitolo quinto della tesi di dottorato, Roma 1971, di p. Bruno Mori.Lo stato religioso, di cui il Gréa parla nel capitolo XXV del trattato sulla Chiesa, è considerato dallo stesso intimamente connesso con il mistero stesso della Chiesa, dimostrando così di aver capito, con un secolo di anticipo,i motivi che indussero il Vaticano II ad inserire il discorso sulla vita religiosa nella Costituzione Dogmatica sulla Chiesa (L.G.,VI, 43-47; P.C.).Nel Gréa,tuttavia, vi si trova qualcosa di esclusivo, non presente nei documenti conciliari: la natura della vita religiosa legata alla natura della Chiesa, tanto che attraverso la vita religiosa viene rivelata la natura della Chiesa e nella natura di questa si scopre cos’è e come deve essere il contenuto di quella.Dopo aver presentato la natura della vita religiosa ed averla posta in relazione con la Chiesa in quanto mistero di salvezza e di santità, in una ulteriore riflessione il nostro autore considera lo stato religioso in relazione con la Chiesa, intesa però come gerarchia che esercita un ministero in seno ad una chiesa particolare.Se lo stato religioso altro non è che la perfezione dello stato battesimale e la perfezione del cristianesimo, ne consegue per il Gréa che i primi ad avvertire la necessità di questo perfezionamento devono essere i pastori gerarchici.Continuando il nostro nella sua logica e penetrante analisi tra Chiesa universale e Chiesa particolare, tra clero secolare e clero regolare, costata nella legislazione canonica questo fatto singolare: che mentre la vita religiosa è aperta a tutti i cristiani, essa sembra invece preclusa al clero diocesano in quanto tale. Evidentemente lo stato religioso non è precluso ai membri del clero diocesano nel senso che sia loro proibito abbracciare la vita religiosa, ma nel senso che la vita religiosa toglierebbe loro la possibilità di continuare ad essere e a sentirsi, in pieno diritto, membra di una gerarchia locale e sacerdoti del loro vescovo.Questo stato di cose lo lascia tanto perplesso in quanto tra la professione religiosa dei consigli evangelici e la funzione sacerdotale esiste come una naturale proporzione ed una profonda affinità che tende ad unirli.Per ovviare a questa incongruenza il Gréa propone che per determinare l’appartenenza alla gerarchia della Chiesa universale o a quella particolare non dovrebbe essere la presenza o meno nell’individuo della vita religiosa, ma soltanto la chiamata specifica e specificante rivoltagli dai capi gerarchici.Se, di fatto, la vita religiosa sembra essere una esclusiva del clero "apostolico" – ministero esercitato dal clero della Chiesa universale – il Gréa non vorrebbe che dal fatto si concludesse al diritto ed auspica che fatti nuovi, fondandosi su una tradizione antica, rimettano in valore il clero religioso del vescovo e costituiscano il punto di partenza di un mutamento e di un rinnovamento del diritto positivo.Egli ritiene, cioè, possibile accanto al clero diocesano che voglia rimanere "secolare", l’esistenza di un clero diocesano non-secolare che viva:

la vita comune integrale
la professione religiosa dei consigli evangelici
la totale dipendenza dal loro vescovo.
Il Gréa consacrò tutta la sua vita al tentativo di realizzare questa figura di prete diocesano.Rifacendosi ed ispirandosi ad antichi istituti di Canonici Regolari, specialmente a quelli di S. Rufo di Avignone e di S. Vittore di Parigi, volle proporne, in certo qual modo, la formula di vita ad alcuni membri del clero della sua diocesi.Il Gréa si rese perfettamente conto della difficoltà che la restaurazione della vita comune e religiosa nel clero diocesano comportava. Come era, altresì, consapevole che la vita comune e religiosa fra il clero diocesano sarebbe stata possibile solo se una più profonda conoscenza della storia e della teologia della vita religiosa avesse determinato un rinnovamento e un cambiamento di mentalità nei preti e nelle autorità gerarchiche.Era però convinto che la vita comune ed anche religiosa del clero del vescovo sarebbe stata la formula del futuro. Come essa aveva garantito la santità del clero nel passato, così sarà la sua garanzia per l’avvenire e nascerà dai turbamenti del tempo presente come il frutto più bello dello Spirito Santo.E’ difficile dire se il Gréa, pensando ad un clero religioso diocesano ed episcopale, abbia avanzato qualcosa di utopistico.Sta di fatto che questo ideale va facendosi strada, fra tentativi e realizzazioni varie e con l’incoraggiamento più o meno esplicito delle autorità gerarchiche.Paul Benoit, discepolo del Gréa, era l’eco fedele del suo maestro quando scriveva che la restaurazione della vita comune e religiosa nel clero diocesano (= vita canonica): "la aspettiamo anche e soprattutto dai vescovi…scorgiamo e salutiamo nei vescovi, colonne della Chiesa, i grandi restauratori dell’avvenire. Nulla di grande, di solido, di durevole può essere fatto al di fuori dell’episcopato…a loro spetta riportare il clero alle osservanze apostoliche, alla vita comune, alla rinuncia perfetta, alla grande vita della preghiera liturgica".


 
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