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Paolo e i cric - canonici regolari

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scritti su Gréa



Comunicare il Vangelo a tutti

“Similmente, il Signore ha ordinato che coloro che annunziano il vangelo vivano del vangelo. Io però non ho fatto alcun uso di questi diritti, e non ho scritto questo perché si faccia così a mio riguardo; poiché preferirei morire, anziché vedere qualcuno rendere vano il mio vanto. Perché se evangelizzo, non debbo vantarmi, poiché necessità me n'è imposta; e guai a me, se non evangelizzo! Se lo faccio volenterosamente, ne ho ricompensa; ma se non lo faccio volenterosamente è sempre un'amministrazione che mi è affidata. Qual è dunque la mia ricompensa? Questa: che annunziando il vangelo, io offra il vangelo gratuitamente, senza valermi del diritto che il vangelo mi dà” (vv. 14-18)

La prima lettera di Paolo è scritta nell’anno 51 (qualcuno dice addirittura nel 47). Si tratta della prima Lettera ai Tessalonicesi, scritta da Corinto durante il secondo viaggio. L’ultima lettera viene scritta negli anni a ridosso del martirio, quindi negli anni fra il 65 e il 67-68. Tutte le lettere vengono quindi scritte prima che siano redatti definitivamente i Vangeli. Le lettere di Paolo sono perciò i primi scritti del Nuovo Testamento. Si potrebbe dire che essi sono gli scritti che contengono il Vangelo nella sua origine, il cuore dell’annuncio evangelico. Emerge in modo chiaro che il carisma di Paolo rispetto a quello degli altri apostoli è la comunicazione del Vangelo, la passione per il Vangelo. Lo dice molto bene nella Prima Lettera ai Corinzi in 1,17, dove si evidenzia la coscienza di Paolo di essere l’apostolo del Vangelo: “Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo”. Al termine dei Vangeli Gesù risorto incontra i discepoli in Galilea e affida loro il cosiddetto mandato missionario. È significativo che solo Marco, che in parte è legato a Paolo (cf. At 12,25; 13,5.13; 15,37-39; Col 4,10), contiene esplicitamente il discorso sull’annuncio del Vangelo. In Matteo e Luca non c’è menzione del comando di annunciare il Vangelo: “Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non credere sarà condannato” (Mc 16, 15–16). Troviamo giustapposti il comando di annunciare il Vangelo e di battezzare, come conseguenza di coloro che ascoltano la predicazione apostolica. In Matteo invece si legge: “E Gesù, avvicinatosi, parlò loro, dicendo: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato”. (Mt 28,18-20). Non si parla esplicitamente della comunicazione del Vangelo, mentre si sottolinea la centralità del battesimo.
Paolo mette al primo posto la comunicazione del Vangelo come la peculiarità del suo mandato apostolico. È una differenza di accento che evidenzia in qualche modo il carisma paolino. Il carisma di Paolo è l’annuncio del Vangelo. Leggiamo in proposito nella Seconda Lettera ai Corinzi in 5, 18-20: “Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. Era Dio infatti che riconciliava a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione. In nome di Cristo, dunque, siamo ambasciatori: per mezzo nostro è Dio stesso che esorta. Vi supplichiamo in nome di Cristo: lasciatevi riconciliare con Dio”. Il ministero della riconciliazione è reso possibile mediante la comunicazione del Vangelo.
Si capisce molto bene come Paolo interpreti il suo mandato apostolico, che si qualifica in modo specifico: egli è ambasciatore per Cristo, per riconciliare gli uomini mediante la predicazione del Vangelo, cioè per riconciliarli con Dio. Nel Vangelo, nella sua comunicazione, e nel  conseguente ascolto del Vangelo si viene riconciliati con Dio, quindi si ottiene il perdono dei peccati. É interessante il fatto che Paolo non insista tanto sul battesimo, sebbene sia chiaro che tutti anche nelle sue comunità venivano battezzati. L’incontro decisivo con Cristo avviene mediante il Vangelo, la comunicazione del Vangelo e l’ascolto del Vangelo. In Romani 1, 16-17 Paolo dice: “Io infatti non mi vergogno del Vangelo, perché è potenza di Dio per la salvezza di chiunque crede, del Giudeo, prima, come del Greco. In esso infatti si rivela la giustizia di Dio, da fede a fede, come sta scritto: Il giusto per fede vivrà”. Per l’apostolo il Vangelo ha una forza di salvezza: chi accoglie il Vangelo viene salvato perché si incontra con Gesù. Nella lettera ai Galati Paolo addirittura parla di un “suo” Vangelo, che ha le caratteristiche della universalità e della libertà dalla legge, che invece sembravano essere messe in discussione in alcune comunità.
Il primo fondamento delle comunità paoline è il Vangelo. L’inizio della comunità è segnato dalla comunicazione del Vangelo. La comunità nasce perché qualcuno comunica il Vangelo. Non c’è comunità senza questo fondamento e Paolo sottolinea che non è il Vangelo dell’uno o dell’altro, ma il Vangelo di Gesù Cristo morto e risorto, scandalo per i giudei e stoltezza per pagani. Alcuni versetti del bellissimo passo della Prima Lettera ai Corinzi al capitolo 9, dove Paolo si presenta come esempio di apostolo che comunica il Vangelo, lui che si è fatto servo di tutti, esprimono bene questa priorità: “mi sono fatto come Giudeo per i Giudei, per guadagnare i Giudei. Per coloro che sono sotto la Legge – pur non essendo io sotto la Legge – mi sono fatto come uno che è sotto la Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la Legge. Per coloro che non hanno Legge – pur non essendo io senza la legge di Dio, anzi essendo nella legge di Cristo – mi sono fatto come uno che è senza Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono senza Legge. Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare ad ogni costo qualcuno. Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io” (vv. 20-23). Emerge in modo chiaro l’universalità del Vangelo: il Vangelo parla a tutti, e Paolo si fa tutto a tutti in nome del Vangelo. Il Vangelo libera da ogni idea etnica della vita, che assolutizza il proprio modo di essere, le proprie abitudini, il proprio gruppo in contrapposizioni agli altri. Vivere in modo etnico, contrapposto ad altri, fossero questi anche solo i vicini di un’altra contrada o di un altro gruppo o parrocchia, è una continua tentazione, da cui nessuno è esente.
Proprio nei versetti precedenti l’apostolo aveva detto, sottolineando la libertà del Vangelo da lui predicato: “così anche il Signore ha disposto che quelli che annunciano il vangelo vivano del Vangelo.
Io invece non mi sono avvalso di alcuno di questi diritti, né ve ne scrivo perché si faccia in tal modo con me; preferirei piuttosto morire. Nessuno mi toglierà questo vanto! Infatti annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo! Se lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato. Qual è dunque la mia ricompensa? Quella di annunciare gratuitamente il Vangelo senza usare il diritto conferitomi dal Vangelo” (vv. 14-18). Qui Paolo afferma innanzitutto la scelta di comunicare gratuitamente il Vangelo. Egli rinuncia alla ricompensa dovuta all’apostolo. In questa scelta emerge di nuovo un tratto del carisma paolino ed anche della sua laicità. Paolo non si presenta cioè come un ministro del culto, cui è dovuta una ricompensa per il suo servizio.
In Rom 15,15-16 si legge: “tuttavia, su alcuni punti, vi ho scritto con un po’ d’audacia, come per ricordarvi quello che già sapete, a motivo della grazia che mi è stata data da Dio per essere ministro di Cristo Gesù tra le genti, adempiendo il sacro ministero di annunciare il vangelo di Dio perché le genti divengano un’offerta gradita, santificata dallo Spirito Santo”. La parola greca per “esercitare l’ufficio sacro” è “essere liturgo”, cioè colui che celebra la liturgia, l’atto di culto che avvicina l’uomo a Dio. Paolo dunque non è un ministro del culto in senso tecnico, non è un sacerdote, ma egli concepisce la comunicazione del Vangelo come un atto di culto, di cui egli è ministro. Si potrebbe dire che il sacerdozio di Paolo è  laico, perché non nasce da un’ordinazione sacra o dall’appartenenza a un gruppo particolare, come erano i sacerdoti e i leviti del tempio di Gerusalemme, ma dalla chiamata ad essere apostolo che comunica il Vangelo. Lo scopo di questo ministero è “che i pagani divengano un’oblazione gradita, santificata dallo Spirito Santo”. L’oblazione veniva offerta ogni giorno nel tempio di Gerusalemme e metteva in comunione l’uomo con Dio. Chi comunica il Vangelo rende possibile a coloro che lo ricevono di entrare in comunione e in alleanza con Dio. Quindi la comunicazione del Vangelo rende in qualche modo colui che lo comunica un sacerdote del Vangelo e rende partecipi nello stesso tempo coloro che lo ricevono della vita di Dio.
In questo ministero sono tutti, anche i laici, resi ministri del culto, non nel senso istituzionale, ma nel senso di uomini e donne che avvicinano il mondo a Dio comunicando il Vangelo gratuitamente a tutti.  L’apostolo vive una vera passione per la comunicazione del Vangelo, di cui ne sente l’urgenza. Essa è molto ben espressa in quella frase della prima lettera ai Corinzi: “Guai a me, se non annuncio il Vangelo!” (1 Cor 9,16). Nei capitoli 10 e 11 della 2 Corinzi Paolo sente l’orgoglio di questa sua missione, che difende di fronte ai suoi accusatori. La sua difesa è la difesa del Vangelo. L’annuncio del Vangelo è quindi il primo fondamento della vita apostolica e della comunità. Per Paolo il Vangelo è rivolto a tutti e deve trovare la via per parlare a tutti: ai giudei, ai pagani, ai deboli, ai forti, a tutti. Si potrebbe dire che senza comunicazione del Vangelo non esiste comunità paolina. É infatti l’annuncio del Vangelo che raduna la comunità, e la nascita della comunità è la conseguenza di chi accoglie questo annuncio. Il Vangelo fa nascere la comunità chiamata da Dio attraverso la voce degli apostoli, attraverso l’annuncio del Vangelo. Il cristianesimo nasce come comunità, come Chiesa, come assemblea riunita intorno alla proclamazione del Vangelo di Gesù Cristo morto e risorto. Non ci può essere cristianesimo senza una comunità riunita intorno al Vangelo di Gesù Cristo. Paolo dedica molto tempo a che dalla comunicazione e dall’annuncio del Vangelo si costituisca una comunità. L’immagine della prima lettera ai Corinzi sulla comunità come corpo descrive con chiarezza la necessità di appartenere come gente diversa a una realtà comune, il cui capo è il Cristo (1 Cor 12). Non ci si può staccare da questo corpo fondato sulla parola del Vangelo, altrimenti si perde la vita stessa e la funzione per cui si è stati costituiti. Quindi il Vangelo permette alla comunità di nascere e crescere come il corpo di Cristo, in cui ciascun membro ha la sua funzione, ma ognuno vive perché è legato al corpo e perché ha accolto il Vangelo.

Amore e cura per la comunità

Vorrei terminare soffermandomi su alcuni aspetti del rapporto di Paolo con le sue comunità, dai quali risalta la cura con cui l’Apostolo si dedica ad esse. Da molti passi delle lettere vediamo l’affetto con cui egli si dedica alle comunità. Ad esempio nella seconda Corinzi si legge: “Oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le Chiese. Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve è scandalo, senza che io non ne frema?” (2 Cor 11,28-29). Si esprime un’umanità ricca anche se fisicamente provata, capace di legami interpersonali stabili e profondi, sensibile all’affetto e all’amicizia, appassionata ed anche a tratti piena di sdegno. Sono significative le parole con cui Paolo evoca la sua permanenza a Tessalonica: “E neppure abbiamo cercato la gloria umana, né da voi né da altri, pur potendo far valere la nostra autorità di apostoli di Cristo. Invece siamo stati amorevoli in mezzo a voi, come una madre che ha cura dei propri figli. Così, affezionati a voi, avremmo desiderato trasmettervi non solo il vangelo di Dio, la nostra stessa vita, perché ci siete diventati cari” (1 Tes 2,6-8). Paolo si presenta come una madre affettuosa ed anche come un padre che incoraggia e corregge: “sapete pure che, come fa un padre verso i propri figli, abbiamo esortato ciascuno di voi, vi abbiamo incoraggiato e scongiurato di comportarvi in maniera degna di Dio, che vi chiama al suo regno e alla sua gloria” (1 Tes 2,11-12). L’affetto che Paolo nutre è così forte che egli non esita a dire ai Corinzi: “ben volentieri mi prodigherò, anzi consumerò me stesso per le vostre anime” (2 Cor 12,15).
L’apostolo chiede che il suo affetto sia ricambiato da coloro per i quali egli ha speso tante energie: “La nostra bocca vi ha parlato francamente, Corinzi; il nostro cuore si è tutto aperto per voi. In noi certo non siete allo stretto; è nei vostri cuori che siete allo stretto. Io parlo come a figli:rendeteci il contraccambio, apriteli anche voi!” (2 Cor 6,11-13). Egli tiene ad essere ricordato dalle sue comunità: “Vi lodo perché in ogni cosa vi ricordate di me e conservate le tradizioni così come ve le ho trasmesse” (1 Cor 11,2). È consapevole che la preghiera è sorgente di grande comunione e unità, come appare in vari passi delle lettere. Per questo egli prega per le sue comunità (1 Tes 3,12-13; Rom 1,9-10; Fil 1,4) e chiede preghiere per lui (1 Tes 5,25; 2 Cor 1,11; Rom 15,30-32). La preghiera è momento di grande unità tra Paolo e le sue comunità, è espressione del noi della comunità, che si propone al mondo come luogo della presenza di Dio.
Tuttavia Paolo non risparmia anche toni aspri. Il suo amore talvolta si fa ammonizione, persino sdegno: “O stolti Galati, chi vi ha incantati? Proprio voi, agli occhi dei quali fu rappresentato al vivo Gesù Cristo crocifisso! Questo solo vorrei sapere da voi: è per le opere della Legge che avete ricevuto lo Spirito o per aver ascoltato la parola della fede? Siete così privi d’intelligenza che, dopo aver cominciato nel segno dello Spirito, ora volete finire nel segno della carne?” (Gal 3,1-3). Non risparmia toni ancora più duri con coloro che minacciano la verità del Vangelo e li chiama “falsi fratelli” (2Cor 11,26), “falsi apostoli” (2Cor 11,13), “servitori di Satana” (2Cor 11,15), “sobillatori” (Gal 5,12), “cani” (Fil 3,2). Paolo vede in coloro che lo denigrano un attacco al Vangelo da lui predicato e un pericolo per la fede delle sue comunità. Per questo non risparmia toni aspri. Ma tutto viene fatto per la difesa del Vangelo che egli ha comunicato e per il bene della comunità, che egli ha edificato come tempio santo di Dio.
Infine la visita. Paolo visita la sue comunità oppure manda altri a visitarle. Vuole mantenere un contatto personale con loro. È ben visibile l’affetto di Paolo e il desiderio di incontrare le sue comunità. Se è lontano, si preoccupa. Basta leggere questo passo della prima lettera ai Tessalonicesi per comprendere quanto fosse profondo il legame dell’apostolo con le sue comunità: “Quanto a noi, fratelli, per poco tempo privati della vostra presenza di persona ma non con il cuore, speravamo ardentemente, con vivo desiderio, di rivedere il vostro volto. Perciò io, Paolo, più di una volta ho desiderato venire da voi, ma Satana ce lo ha impedito. Infatti chi, se non proprio voi, è la nostra speranza, la nostra gioia e la corona di cui vantarci davanti al Signore nostro Gesù, nel momento della sua venuta? Siete voi la nostra gloria e la nostra gioia!
Per questo, non potendo più resistere, abbiamo deciso di restare soli ad Atene e abbiamo inviato Timoteo, nostro fratello e collaboratore di Dio nel vangelo di Cristo, per confermarvi ed esortarvi nella vostra fede, perché nessuno si lasci turbare in queste prove” (1 Tes 2,17-3,8).
La figura di Timoteo ci permette di fare un’ultima riflessione sul fatto che Paolo non è solo nel servizio apostolico. Non è un isolato, e non nel senso che non viaggia da solo - Paolo viene accompagnato nei suoi viaggi, da Marco, da Barnaba, da Sila e soprattutto da Timoteo - , ma in quanto è consapevole che la comunicazione del Vangelo è possibile se tutta la comunità è proiettata su questo. Paolo non si presenta come un eroe che lavora da solo. In 1 Cor 3,5-6 dice all’interno di quella polemica sui vari gruppi nella comunità: “Ma che cosa è mai Apollo? Che cosa è Paolo? Servitori, attraverso i quali siete venuti alla fede, e ciascuno come il Signore gli ha concesso. Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma era Dio che faceva crescere”. Poi l’apostolo continua parlando dell’ unità della comunità nel comunicare il Vangelo.
Qui occorre una breve parentesi per accennare alla debolezza di Paolo. Siamo di fronte ad uomo forte che affronta tante difficoltà, ma anche ad un uomo debole nel corpo. Alcuni hanno calcolato che Paolo dovrebbe aver percorso circa 15 mila chilometri. Si tratta di un uomo che ha speso la vita per il Vangelo: energie, viaggi, fatica, sforzo fisico. Lo ricorda lui stesso in 2 Cor 11,23-30, quando si vede costretto a fare il suo elogio: “Sono ministri di Cristo? Sto per dire una pazzia,io  lo sono più di loro: molto di più nelle fatiche, molto di più nelle prigionie, infinitamente di più nelle percosse, spesso in pericolo di morte. Cinque volte dai Giudei ho ricevuto i quaranta colpi meno uno; tre volte sono stato battuto con le verghe, una volta sono stato lapidato, tre volte ho fatto naufragio, ho trascorso un giorno e una notte in balia delle onde. Viaggi innumerevoli, pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli dai miei connazionali, pericoli dai pagani, pericoli nella città, pericoli nel deserto, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli; disagi e fatiche, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità. Oltre a tutto questo, il mio assillo quotidiano, la preoccupazione per tutte le chiese. Chi è debole, che anch’io non lo sia? Chi riceve scandalo, che io non frema? Se è necessario vantarsi, mi vanterò della mia debolezza”. Una vita difficile, ma una vita tutta protesa a comunicare il Vangelo.
Paolo ha il senso di una profonda unione con le comunità, con i suoi collaboratori. Non è un isolato, non vive da solo, ama l’incontro. Ha il senso di un lavoro comune e urgente. Paolo sceglie dei collaboratori e ciò appare un elemento importante del modo in cui Paolo comunica il Vangelo. Se consideriamo tutte le lettere troviamo circa 60 nomi di persone che appaiono come collaboratori di Paolo. Vengono nominate anche diverse donne.
Rispetto alla posizione delle donne, Paolo è certamente più aperto dei suoi contemporanei, sia ebrei che greci. La donna infatti, anche nel mondo greco, che pure si voleva libero e civile, era per lo più costretta alla casa, non riceveva educazione, il ginnasio era solo per gli uomini. Quanto al mondo ebraico, sappiamo quale fosse la condizione della donna. Nell’ultima parte della Lettera ai Romani, al capitolo 16 dove enumera diversi suoi collaboratori, Paolo parla ad esempio di una certa Febe, una donna che probabilmente è quella che ha portato la lettera ai Romani ed è una diaconessa della comunità di Cencre, il porto di Corinto. Il diacono, secondo la teologia paolina, non sembra avesse solo un ruolo di amministrazione, ma era anche  ministro della parola. Il fatto che Paolo raccomandi Febe e altre donne nelle sue lettere mostra che l’apostolo è consapevole delle difficoltà che le donne avrebbero incontrato presso alcuni membri della comunità. Pensiamo poi a Priscilla, la moglie di Aquila, che occupa una posizione di maggior rilievo del marito all’interno della comunità. Sono Priscilla ed Aquila che istruiscono Apollo, un altro ministro del Vangelo. E ancora nel capitolo 16 della Lettera ai Romani al versetto 7, si legge: “Salutate Andronico e Giunia, miei parenti e compagni di prigionia: sono insigni fra gli apostoli ed erano in Cristo già prima di me”. Si vede l’umiltà di Paolo che riconosce che c’erano altri prima di lui, temporalmente, anche se difende la sua apostolicità originaria. É interessante il fatto che una donna venga chiamata apostolo. In Fil 4,2-3 Paolo nomina altre due donne che hanno collaborato con lui per il Vangelo: “Esorto Evodia ed esorto anche Sintìche ad andare d’accordo nel Signore. E prego anche te, mio fedele cooperatore, di aiutarle, perchè hanno combattuto per il Vangelo insieme con me, con Clemente e con altri miei collaboratori, i cui nomi sono nel libro della vita”.
Paolo sceglie dei collaboratori anche nelle nuove comunità, perché si impegnino a comunicare il Vangelo e a infondere nelle comunità il suo spirito. Nella Lettera ai Colossesi Paolo ricorda un certo Epafra “che è dei vostri, il quale non smette di lottare per voi nelle sue preghiere, perché stiate saldi, perfetti e aderenti a tutti i voleri di Dio. Io do testimonianza che egli si dà molto da fare per voi e per quelli di Laodicea e per quelli di Gerapoli” (Col 4,12-13). Ricordo ancora i collaboratori di Paolo più presenti nelle sue lettere, innanzitutto Timoteo. É bello quello che dice Paolo in Rom 16, quando parla di Timoteo come “uno che ha lavorato come me per il Vangelo”. Paolo da dignità ai suoi collaboratori, che non appaiono in una posizione inferiore. Paolo riconosce il valore e la dignità di chi comunica il Vangelo. Oppure si fa cenno a un certo Epafrodito di Filippi che  Paolo chiama “compagno di lavoro e di lotta”. E poi Apollo, di cui abbiamo parlato a proposito della comunità di Corinto. Tutto è servizio del Vangelo, è opera del Vangelo. Paolo usa il termine sinergia, cioè di un lavorare insieme per il Vangelo. La comunità è un lavorare insieme per il Vangelo. E Paolo chiama i suoi collaborati “sunergoi”, cioè coloro che lavorano con lui, che faticano con lui. É il senso di un lavoro e di un impegno comune, che coinvolge la comunità. É significativo che Paolo, per indicare il lavoro comune, usi la stessa parola per sé e per i suoi collaboratori, la parola greca “kopos”, che traduciamo con sforzo, fatica. Non c’è distinzione tra la fatica di Paolo e quella dei suoi collaboratori. É la stessa fatica, lo stesso sforzo per il Vangelo.
Alcune lettere sono indirizzate alle varie comunità da Paolo insieme ai suoi collaboratori. Ad esempio la 1 Corinti: Paolo e Sostene; la 2 Corinti: Paolo e Timoteo; Filippesi e Filemone, Paolo e Timoteo; 1 e 2 ai Tessalonicesi, Paolo, Silvano e Timoteo. Forse Paolo li aveva coinvolti anche nella preparazione delle lettere, ne aveva parlato con loro, ne aveva discusso tanto da ritenerli mittenti delle lettere insieme a lui. Qui si vede come l’orgoglio di Paolo è l’orgoglio del suo carisma, non quello di ritenersi superiore agli altri.
Tuttavia Paolo nella 1 Corinzi 4, 15 dice: “Potretse infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri: sono io che vi ho generato in Cristo Gesù mediante il Vangelo”. Paolo si distingue anche dai collaboratori. Egli infatti è il padre che ha generato al Vangelo. Anche nel linguaggio delle lettere è riscontrabile questo tratto personale, non solo nei legami con le comunità, ma anche nel modo in cui Paolo affronta i loro problemi, che mostra di conoscere bene. Il linguaggio delle sue lettere non è mai solo dottrinale, teologico, ha un tono concreto che nasce all’interno della vita di ciascuna comunità e nel rapporto che Paolo ha con la Scrittura e con Gesù. Paolo utilizza spesso il Primo Testamento, lo cita, ne parla, reinterpreta la figura di Abramo, di Agar, di Sara, di Adamo, rilegge l’Antico Testamento e lo mette in relazione con la vita, i problemi, le comunità. Questo aspetto personale emerge anche nella comunicazione del Vangelo che avviene attraverso l’imitazione. Paolo esorta spesso le sue comunità a imitarlo (cf. 1 Corinti 4, 16). E qui vorrei ben citare Gnilka: “Questa imitazione non è valida solo perché egli stesso è imitatore di Cristo, come Paolo dice in 1 Corinti 11, ma (perché) l’apostolo diventa in qualche modo forma dell’evangelo, espressione dell’evangelo, Vangelo”. Per questo Paolo parla di un suo Vangelo, perché nella conformazione a Cristo, come lui dice, nell’essere diventato e nel diventare come Cristo si diventa Vangelo.
La comunicazione del Vangelo non è per Paolo arida proclamazione di una parola, ma espressione di una passione e di un affetto per le donne e gli uomini del suo tempo, affetto che unisce profondamente Paolo alle sue comunità in un legame familiare e di amicizia. È il legame di alleanza che costituisce il popolo di Dio, la familia Dei, una famiglia universale, senza confini, muri, divisioni. È il popolo della nuova alleanza nella morte e resurrezione del Signore che Paolo aveva incontrato sulla via di Damasco e che era diventato il cuore della sua vita. Intorno a questa rivelazione si costruisce la vita dell’apostolo, uomo forte del Vangelo, anche se debole nella carne.




 
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