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l'idea di dom Gréa - Broutin - canonici regolari immacolata concezione

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scriitti sul Grèa


 
L’idea di Dom Gréa
 
 
 
Sotto questo titolo in “Nouvelle Revue Théologique” (aprile 1939) p. Broutin presenta l’opera di Mons. Vernet . Ogni lettore, particolarmente interessato alle grandi tematiche teologiche e mistiche, si renderà subito conto dell’importanza dell’articolo. Pur con le dovute riserve, l’articolo del colto professore dell’“Ecole Apostolique de Florennes” (Belgio) fa onore al nostro venerato Fondatore e al suo stimato biografo[1].
 
 
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Senza dubbio per molti lettori il nome di Dom Gréa non suscita particolari ricordi. Coloro che lo conoscono solo per sentito dire considerano la sua opera un tentativo di vita religiosa e comune, un movimento di riforma e di perfezione che, partito dal clero diocesano, sfocia in un nuovo istituto religioso. Coloro che hanno letto i suoi scritti ricordano quello sulla Chiesa, opera che non ebbe successo, e l’opuscolo sul “La Sainte Liturgie” che fa venire in mente la figura di Dom Guéranger. Quelli che hanno avuto modo di conoscere la persona e l’opera, vi leggono un singolare destino: “Signum cui contradicitur”.
 
Se lo si legge si pensa ad un “profeta del passato”, che meditando su testi e antichi canoni sogna una forma ideale della Chiesa, e che, nella sua fervente devozione, piena di ammirazione e di ricordi storici, escogita e realizza una sintesi non da tutti condivisa. Ma se lo considera nel suo agire, nel suo lottare, nel suo “totale morire”, lo si ritiene “un profeta del futuro” che intuendo le aspirazioni del suo tempo cerca di agire con tutta la forza del suo spirito, del suo cuore e del suo forte temperamento.
 
Una cosa è certa: non fu un uomo del suo tempo. La sua formazione di autodidatta al “l’Ecole des Chartes” come a Roma, il suo amore per il passato – “un avo, un uomo del Medioevo” – il suo ignorare l’evoluzione delle congregazioni romane al tempo di Pio X, lo fecero passare per una prova analoga a quella toccata in sorte a S. Alfonso di Liguori, a S. Giuseppe Calasanzio e a tanti altri fondatori e fondatrici. Pur godendo di una buona reputazione tutti i tentativi di una seria realizzazione del suo ideale per quarant’anni perseguita sono andati falliti. Roma, dopo averlo rimosso dal governo del suo istituto, approva non l’antica regola, ma un contro-progetto da altri presentato e da lui non condiviso. “Amen” , dice il santo, ritirandosi nella preghiera e nella solitudine, consolato dalle amorevoli cure di dom Chautard, dai continui incoraggiamenti del Card. Sevin e forse ancor più dal convinto sostegno nella persona del Card. Mercier che condivideva le sue idee.
 
Sono ormai trascorsi vent’ anni dalla sua morte. E per il momento come biografia abbiamo solo un opuscolo del canonico Grévy. Scritto nel 1917 (Lyon, Rey) subito dopo la morte del Rev.mo Padre. Tentativo, dal tono suasivo e opera di un testimone fedele, che non poteva consegnare ai posteri se non i tratti essenziali di un’opera e di un destino così straordinari. Spetta a mons. Vernet l’onore di aver messo in piena luce questa “figura forte e complessa”. Scritto condivisibile in cui gli avvenimenti esteriori e i pensieri dei cuori sono riportati con fedeltà, tatto, a tutto tondo e con viva simpatia.
 
Onore al merito: l’impresa non era facile. A distanza di soli trent’anni gli avvenimenti ancora impediscono un’analisi oggettiva sulle persone. Ecco perché, nonostante le ventiquattro pagine di bibliografia, nonostante la sua indiscussa competenza nelle questioni ecclesiastiche del XIX secolo, nella prefazione il dotto professore dell’Università di Lyon ci dice che la documentazione non è esaustiva. Con discrezione ha attinto dai documenti ricevuti dalla famiglia. Non ha potuto attingere da altre fonti certamente interessanti e ricche e ritiene quindi di non aver scritto un’opera completa e adeguata in ogni sua parte.
 
Un libro, tuttavia, di grande interesse. Ha avuto il merito di richiamare l’attenzione su una grande personalità religiosa del XIX secolo. E ancor più ha stimolato la riflessione e spinto ad una ricerca più approfondita sull’attività di Dom Gréa. Se si vuole avere una migliore conoscenza dell’uomo non resta che prendere in mano il libro: “De l’Eglise et sa divine constitution”[2]. In questo libro così fondamentale, così sintetico, così religioso è presente ogni pensiero recondito, tutto lo spirito, tutta “l’idea” di Dom Gréa[3]. Spetta ora ai teologi e agli uomini di Chiesa riscoprire questa “inesauribile miniera di ricchezze teologiche” avvalorate da personalità competenti e allo stesso tempo diverse quali quelle di Mons. D’Hulst, del canonico Didiot, dei Cardd. Billot e Mercier. La biografia scritta da Mons. Vernet sarà di stimolo ai ricercatori per ulteriori approfondimenti. Non saranno le imperfezioni della forma (Mons. De Ségur era solito dire, provandolo, che “la pulizia del libro non era stata ancora completata”), le discutibili sintesi storiche, le interpretazioni accomodanti di alcuni testi scritturistici e patristici a farli desistere. Con intuito e senza preconcetti andranno direttamente al nocciolo della questione. Con piacevole sorpresa dovranno convincersi dell’idea che il trattato sulla Chiesa parte dalla contemplazione della Trinità e che le missioni divine ne definiscono la struttura.
 
La grande originalità della sintesi dogmatica di Dom Gréa, sta nel configurare ogni relazione gerarchica a quelle mistiche e sociali e quindi riconsiderare il trattato sulla grazia sotto un aspetto sociale.
 
Parlando della vita soprannaturale dice che per ritornare nel seno del Padre, siamo in gestazione in quello di una Madre, o come si esprime il R. P. Congar in un linguaggio teologico più moderno: “la Trinità e la Chiesa, è Dio che viene da Dio e che ritorna a Dio, portando con sé, in sé la sua creatura umana”. La grande novità sta nel fatto che “l’inabitazione dei Tre” non è il punto di arrivo, ma di partenza. La stessa sublime idea che si trova nelle Scritture: “Apud vos manebit et in vobis erit … Sicut misit me Pater, ego mitto vos … Ut et vos societatem habeatis nobiscum et societas nostra sit cum Patre et cum Filio ejus, Jesu Christo”. Le missioni visibili e inseparabili del Messia e dello Spirito Santo sono il pegno ed il segno delle missioni invisibili e inseparabili, sono queste le grazie, le virtù e i doni dello Spirito Santo. I teologi hanno preso in esame queste missioni, insieme agli altri doni presenti in ogni cristiano, in momenti di estasi mistica, Dom Gréa invece le esamina soprattutto nella loro dimensione sociale e non nel loro riferirsi a persone singole.
 
Questo rimanda all’idea paolina della Chiesa “sponsa Christi, adjutorium simile sibi”, o anche, se si vuole, alla Città-Sposa dell’Apocalisse. “Le operazioni gerarchiche hanno come modello le forme e le manifestazioni dell’agire divino” che non si impoverisce nel suo manifestarsi esterno. In qualunque parte del mondo Cristo associa l’umanità alla sua opera vivificatrice, e se l’associa secondo una propria modalità, cioè in una “elite” che, in quanto tale, si irradia, in una massa che dall’interno viene fermentata. Non equivale questo a parlare della sublime idea del “clero indigeno”, nell’accezione più piena del termine, che dagli apostoli arriva fino alla nostra epoca missionaria e d’azione cattolica?
 
Riguardo a questo argomento, Mons.Vernet mette in evidenza la lungimiranza di cui dom Gréa dava prova in uno dei suoi scritti giovanili: “De re catholica apud Orientales instauranda memorabilis libellus”. “per ovviare alla debolezza (langueur) delle chiese orientali, suggeriva … un primo rimedio e cioè che la Chiesa romana ebbe in Oriente non solo missionari di rito latino, ma anche missionari passati a riti orientali. Ne ipotizzava anche un secondo quello cioè di costituire nei paesi orientali un clero indigeno. Si augurava che questo fosse gerarchico e regolare … affinché potesse operare con maggior sicurezza, facilità e utilità per la diffusione del cristianesimo” (p. 54). Lo stesso desiderio esprimeva in un incontro con M. Delpech, il 30 aprile 1903: “nei paesi di missione, anche in quelli meglio organizzati, non si insiste abbastanza su ciò che è di primaria importanza: realizzare una vita gerarchica tra gli stessi indigeni. Tra la missione e una chiesa costituita passa la stessa differenza che c’è tra un fiore pur meraviglioso, ma in un vaso e quello, forse meno appariscente, ma ben radicato … si deve arrivare, ma non secondo il metodo sulpiziano, ad un clero indigeno regolare e gerarchico, perché prima di arrivare a fare un Monsignore di Saint-Sulpice, è necessario fare un europeo … l’intento non è quello di fare degli europei. Dietro l’esempio di S. Paolo siete voi che dovete farvi cinesi, giapponesi, “omnia omnibus”. Come loro nutritevi con del riso cotto all’olio o con delle polpette di farina come gli arabi, costruite case come loro. San Paolo, San Dionisio hanno forse cercato di radicare la civiltà e la cultura romana   tra la loro gente? San Martino e altri come lui, hanno preferito diventare monaci tra i barbari, che laici tra gente civilizzata... Apparentemente, sembra più facile trasformare un negro in monaco, che in un civile europeo. Questo vostro negro intelligente non portatelo in Europa perché morirà tisico. Fategli praticare per trent’anni la vita monastica o canonicale secondo le norme fissate e al sicuro nella vita comune. Solo in seguito ordinatelo prete, lasciandolo religioso. Continuate su questa linea e arriverete ad ottenere un vero clero”.
 
Senza dubbio è con la sua umanità che Cristo salva gli uomini, ma anche per mezzo di uomini che si associa senza distinzione di razza o di classe. Il Cristo-Capo, sposando la nostra umanità, ci costituisce nell’ordine soprannaturale restaurato. Come anche noi, a nostra volta, facendo essere e crescere il suo corpo mistico “ad aedificationem Dei” costituiamo il Cristo-Chiesa. Questa la grande e sublime visione della chiesa trionfante, che comprende anche il più umile embrione parrocchiale e che Dom Gréa contempla in seno alla Trinità in tutta la sua dignità, libertà e mistero!
 
Questa perfetta fecondità, che si perpetua nei secoli, si riversa in tutta la sua ampiezza dalla Chiesa universale alle Chiese particolari, secondo una medesima legge organica: le missioni trinitarie, il Cristo e il collegio episcopale, il vescovo e il suo presbiterio.
 
Per Mons. Vernet Dom Gréa è il teologo della Chiesa particolare dei tempi moderni. Secondo noi, la sua singolare missione è stata quella di averne messo in evidenza la struttura e l’organizzazione. Mentre la grande corrente teologica celebra la Chiesa universale nel suo capo infallibile, lui va alla riscoperta della mistica dell’episcopato disperso. Ne sottolinea l’importanza con i bei testi di S. Ignazio d’Antiochia. Nei suoi scritti e nelle sue opere continuamente ritorna sviluppandola alla bella definizione, scritta a lettere d’oro in una lettera di S. Cipriano: “Ecclesia est plebs adunata sacerdoti et pastori suo grex adhaerens” (ep. 69. P. L. IV, 406): un popolo chiamato alla luce della fede e riunito nel vincolo della carità. Tra questo popolo convenuto e il suo clero ordinario, un legame di comunione gerarchica che li avvolge nel ciclo trinitario delle missioni visibili ed invisibili dell’ordine soprannaturale. Questa definizione patristica esprime in tutta la sua importanza la complessità circolare cha va dalla testa alle membra secondo la legge di ogni essere vivente. Dom Gréa era estremamente convito che il clero pastorale e il popolo cristiano sono radicati individualmente e unitamente in Cristo, in una comunione di grazia, verità e santità.
 
Dove incarnare una simile teologia? Mons. Vernet risponde descrivendo l’operato di Dom Gréa da Baudin, a Saint-Claude, a Saint-Antoine, ad Andora.
 
È bene che il lettore si immerga gustandole in queste pagine scritte con maestria e sempre molto istruttive. Vi scoprirà come Dom Gréa da un passato, oscuro e incerto per noi, ma per lui luminoso e suggestivo ha saputo estrapolare il necessario dall’accidentale, e, andando al di là delle possibilità del momento, ha tracciato con mano sicura il piano di un ideale da restaurare. Aveva davanti la realtà di un “clero disorientato” a causa delle norme concordatarie, come anche chiare erano le conseguenze della secolarizzazione che il regime beneficiario aveva provocato nel passato. Come anche sapeva quanto profondamente il gallicanesimo e il giansenismo avevano cambiato la nozione giuridica di diocesi. E nel suo amore per tutta la Chiesa, sognava di vedere tutte queste filiali non lasciare alla sola Chiesa-Madre, alla Chiesa-Cattedrale, la perfezione di un’organizzazione dovuta alla presenza e alla giurisdizione diretta del Vescovo. Mentre altri riformatori del XIX secolo tentavano di riportare il clero all’altezza del suo compito con dei mezzi esterni, Dom Gréa partiva dal rinnovamento dell’istituzione per arrivare poi ad incidere sull’individuo nella e con la sua funzione. Secondo lui erano le chiese che dovevano essere rinnovate profondamente e totalmente nella loro realtà prima di parlare di un rafforzamento del clero.
 
Da quanto detto deriva il suo ideale di vita canonicale che, verso la fine della sua vita, così preferiva definire: “una vita clericale perfetta in un presbiterio, in un collegio di chierici incardinati ad una Chiesa che, così vivendo, esercitano una funzione nei diversi gradi della clericatura sotto l’autorità del Vescovo al servizio di Dio e della Chiesa”. Questo sul piano ecclesiastico equivale all’idea-forza del secolo XIX sul piano sociale: una compagine strutturata. Dom Gréa era solito ripetere: “qui tutto deriva dalla tradizione; non vi si trova nulla di simile a quanto si verifica nella fondazione di un nuovo ordine; tutto proviene dagli antichi istituti canonicali”. Vita liturgica integrale e osservanze penitenziali. Vita religiosa vissuta in obbedienza nell’esercizio di un ministero collegiale, in castità in una famiglia religiosa, in povertà secondo il canone romano del 1059. “Quidquid eis ab ecclesiis venit communiter habeant” (oggi si direbbe: i beni ecclesiastici sono della funzione, appartengono alla collettività e non possono diventare privati). Come forma organizzativa si predilige: quella federativa propria delle antiche congregazioni canonicali, tra le case maggiori o collegiate e le case minori o priorati. Questo secondo Mons. Vernet il modello della chiesa particolare a cui Dom Gréa aspirava.
 
In tutto ciò Dom Gréa più che un restauratore non lo si deve considerare forse un precursore? Noi riteniamo che, come alla sua sintesi teologica si può attribuire una profonda valenza orientativa, così la sua opera la si può considerare un tentativo, una prova più che una realtà. Infatti nessuna delle sue fondazioni è stata giuridicamente incorporata alla gerarchia diocesana. Non si può tuttavia dubitare che tale sia stato il disegno perseguito e voluto per tutta la vita con le parole e le opere. Le conversazioni a Malines tra Dom Gréa e il Card. Mercier dal 23 al 26 giugno del 1912 non lasciano margini di dubbio. Il suo è un compito di apripista, di avanguardia e la sua una realtà “del futuro”. Un buon lavoro la biografia di Mons. Vernet su questo pioniere, su “quest’uomo straordinario” che un altro storico moderno, F. Hayward, definisce: “uno dei più grandi animatori religiosi contemporanei”.
 
                                                                                                             
 
 
 
                                                                                                                                                            P. Broutin, S. J.
 
 
 
traduzione: p. Tarquinio Battisti, febbraio 2010
 

 
   
 
[1] cf archivio cric titolo III, 10/4 (Bullettin mensuel des cric, 8ᵉ année, N. 89, aout 1939, p. 117-123)
 
 
 
[2] Da non dimenticare il suo “testament spirituel” (conférences aux Prieurs, del 2 aprile 1902), alcuni appunti e capitoli del “La vie des clercs dans les siècles passés” di dom Benoît, suo braccio destro, suo confidente, “religioso eccezionale e tutto di un pezzo”, il discepolo più intelligente e anche il più impegnato tra gli operai della prima ora.
 
 
 
[3] La parola “idea” va intesa nel suo significato greco di “visione”.
 
 
 
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