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crisi (1) - canonici regolari

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scritti su Gréa



I CANONICI  REGOLARI  DELL’IMMACOLATA  CONCEZIONE

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STORIA DELLA CRISI CHE SCONVOLSE L’ISTITUTO DOPO L’ALLONTANAMENTO DEL FONDATORE D. GREA

BREVE NOTA ESPLICATIVA:

AUTORE DELL’ OPERA: DOM HIPPOLYTE DIJON DAL 1911 AL 1913. SCOPO: SINTETIZZARE, IN ALCUNI CASI COMPLETARE  E SOPRATTUTTO ADDOLCIRE DEI PASSAGGI DI UN PARALLELO LAROVO DI DOM PAUL BENOÎT: “LES ÉPREUVES D’UN FONDATEUR”.
DOPO L’IMPROVVISA MORTE DELL’AUTORE (5 GIUGNO 1913), IL SOTTOSCRITTO, IN POSSESSO DI QUESTI APPUNTI, HA RITENUTO OPPORTUNO TRAMANDARLI AI POSTERI. PIÚ AMPIE SPIEGAZIONI RIGUARDANTI L’ARGOMENTO IN QUESTIONE SONO REPERIBILI IN ALTRI SCRITTI.

(segue firma autografa di
fr. Ignace Delavenna cric)

N.B.: l’originale in alcune sue parti e/o pagine versa in pessime condizioni e difficile ne è l’interpretazione. A volte la traduzione viene dedotta dal contesto. Si spera di non aver travisato il pensiero dell’autore. Il tempo e le intemperie non sembrano tuttavia compromettere il contenuto del lavoro nel suo insieme

Traduzione:  p. Tarquinio Battisti cric, Roma, gennaio 2010

Prefazione

Il perché del presente lavoro?  Descrivere brevemente il triste susseguirsi degli eventi accaduti nella giovane e pur fiorente Congregazione dei Canonici Regolari dell’Immacolata Concezione. Gli avvenimenti stessi con la loro loquacità potrebbero esimerci da qualunque commento e mettere in evidenza  come un piano subdolamente condotto e perseguito con mezzi più che discutibili, abbia potuto essere portato a realizzazione lucidamente e palesemente con le più ampie garanzie.
Lungi da noi qualunque intenzione di offesa a persone e ancor più qualunque presa di posizione contro le decisioni adottate, davanti alle quali, quali figli devoti della Chiesa, ci poniamo in rispettoso ossequio.
Ci sia tuttavia permesso, in queste pagine, ristabilire la giusta verità intorno agli avvenimenti verificatisi, e questo anche per una corretta confutazione di quel “Mémoire” tendenzioso, le cui travisamenti, per non dire menzogne, hanno, lo scorso anno, tristemente impressionato un certo numero di eminenti personaggi ai quali era stato fatto a suo tempo pervenire.
Riteniamo inoltre di compiere un’opera utile e di filiale profonda pietà verso il reverendissimo Dom Gréa che questa prova portò sulla croce in piena sottomissione e fiducia.

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Il Reverendissimo Padre abate Dom Gréa non aveva mai avuto intenzione alcuna di fondare un nuovo Istituto nella Santa Chiesa.
Quando da giovane prete (1856), quale semplice “aumônier” delle forge di Baudin (Jura), si accingeva a ripristinare, con gli allievi di una “Maîtrise” o scuola clericale da lui organizzata, l’aspetto liturgico delle antiche collegiali; quando, in seguito, divenuto vicario generale del Vescovo di “St. Claude” (Mons. Nogret), ottenne dall’autorità episcopale, che quei primi allievi trasferiti dalla piccola chiesa di Baudin alla cattedrale, fossero costituiti in congregazione diocesana; quando, subito dopo, i Sommi Pontefici Pio IX e Leone XIII, gli concessero, il primo un breve di lode (1876), il secondo un’approvazione generale della sua opera (1886), sua unica intenzione era quella di restaurare integralmente l’antica vita canonicale del clero occidentale.
Unico suo desiderio, lo scopo di tutta la sua vita, consisteva nel ripristinare i Canonici Regolari nella loro forma tradizionale, e quindi, con la duplice funzione di servizio a Dio con la preghiera liturgica e di servizio al prossimo con il ministero delle anime.
Affinché questa vita in comune dei suoi chierici regolari poggiasse su solide basi soprannaturali, Dom Gréa, senza nulla innovare, introdusse nella regola tutte le osservanze penitenziali dei Canonici Regolari.
Una tale austerità della regola, fin da principio, suscitò più di una critica. Dom Gréa, ne prese sempre le difese, dimostrando che con ciò non faceva altro che riproporre le antiche osservanze degli Istituti canonicali, soprattutto quelle dell’abbazia di St. Victor de Paris, famosa per la disciplina, per uomini illustri e sontuose celebrazioni.
Nella realizzazione della sua opera D. Gréa non difettava dell’apporto di consiglieri emeriti: Mons. Caverot, suo confessore negli anni dell’adolescenza, vescovo di Saint-Dié, in seguito arcivescovo di Lyon e cardinale, Mons. Mermillord,… Non mancarono nei confronti di D. Gréa attestati di stima e di ammirazione per la sua opera da parte di personaggi illuminati e pii, tra gli altri Mons. de Ségur, il R. P. Desurmont, ecc, ecc.
Questi attestati di persone competenti servono a respingere l’obiezione a volte avanzata, soprattutto in certi momenti, nei confronti dell’operato di D. Gréa: di essere più teorico che pratico. Anche se vi fosse stato – cosa inevitabile in ogni inizio pieno d’entusiasmo e di fervore – più di un punto da mitigare, o ancor meglio da adattare data la diversità di circostanze e di temperamenti, il tempo e l’esperienza l’avrebbero evidenziato.
Inoltre, che l’opera di restaurazione voluta da D. Gréa, avesse un avvenire lo sta a dimostrare sia la sua concreta realizzazione, sia il fatto che nei lunghi anni a Saint-Claude, l’Istituto, nel fervore dei suoi tempi eroici, era uno spettacolo, che, come ebbe ad esprimersi un testimone, faceva pensare a “un vero piccolo paradiso in terra”.
A noi ora il compito di dimostrare come l’influsso negativo dell’inimicus homo, seminando zizzania, finirà per compromette tutto o quasi il raccolto.
Parlare della crisi, oggetto del presente resoconto, significa evidenziarne le nefaste cause e la loro messa in atto avvenuta più o meno dal 1900 al 1907. Volendo essere ancora più precisi dobbiamo risalire al 1890. E’ questo il momento in cui errori di interpretazione della regola, o meglio quel rigorismo nell’applicarla, fecero sorgere, presso molti, un certo malessere, accresciuto da meschine scuse di mal di stomaco e di inadeguata alimentazione.
Nulla di irreparabile e presto, data la prontezza di spirito del fondatore, per tutto si sarebbe trovata una soluzione, se un virus estraneo, molto più nefasto, non avesse trovato esca in una specie di brodo atto a coltivarlo e farlo sviluppare a tal punto da prevalere sull’intero organismo.
A causa di circostanze alquanto complesse, dovute sia a giustificabili suscettibilità e ancor più a notevoli contrasti, la Casa Madre dei Canonici Regolari nel 1890 venne trasferita da Saint-Claude all’abbazia di Saint-Antoine, nel Dauphiné.
Anche se fino a questo momento nulla poteva far pensare ad un inizio di cambiamento dello spirito dell’Istituto, tuttavia quasi subito si manifestarono i primi sintomi di uno stato di malessere, i cui principali protagonisti non è difficile portare allo scoperto.
Primo fra tutti, D. Marie Augustin DELAROCHE, nel quale D. Gréa, dopo la partenza di Dom Benoît per il Canada, aveva riposto tutta la sua fiducia e al quale era stato assegnato, solo dopo pochi anni di vita religiosa, il delicato compito di Maestro dei novizi. Uomo molto distinto nei modi di fare e di spiccate capacità artistiche. Meritava, e l’avrebbe forse sempre ottenuta, la fiducia del fondatore, se non avesse, troppo  incline all’adulazione, spesso vicina parente dell’ambizione, subito qualche influsso da ritenersi, senza dubbio, nefasto.
Tale fu l’influsso di un giovane religioso, D. Marie Antoine MOQUET, da poco ammesso nella Congregazione, e che, dopo piuttosto elementari studi fatti a Lyon, le circostanze favoriranno a tal punto da farne presto il principale artefice della cabala che metterà fuori gioco D. Gréa e annullerà la sua opera.
Dom Moquet, che a concrete capacità di intraprendenza e di costanza aggiungeva una grande e meritoria dedizione in infermeria, tuttavia il più delle volte, dietro apparenze fredde e riservate, nascondeva una tendenza all’intrigo e a segrete manovre.
Era legato a D. Delaroche da un profondo sentimento d’affetto e di ammirazione. Corrisposto da  questi con il tenerlo al corrente dei suoi modi di vedere e di pensare, ecc, e non facendogli mai venir meno la più sincera protezione e suoi favori.
Infatti nel 1896 D. Moquet fu nominato Maestro degli Scolastici cioè dei giovani religiosi che intraprendevano gli studi per poi essere ammessi all’anno di noviziato.
Nelle diverse cariche che venne chiamato a ricoprire anche simultaneamente, D. Moquet era quasi ossessionato dall’idea di riformare qualche aspetto dell’Istituto, suscitando delle divisioni al suo interno. Divisioni che, da semplice attestato di deferenza nei confronti di D. Delaroche  porteranno presto a sistematica denigrazione dell’intera originaria struttura, da cui solo D. Gréa, per il momento, ne era esente.
Verso di lui ancora nutrivano rispetto e accentuata deferenza, ma solo per accattivarsi chiaramente la sua simpatia di cui non potevano fare a meno, e mal tolleravano che la stessa fosse rivolta ad altri.
Con il passare del tempo questo tentativo di accaparramento che suscitava divisioni dette vita a un profondo malcontento da parte della stragrande maggioranza degli  anziani professi di St. Antoine. Per reprimere sul nascere un tale stato d’animo il R.mo Dom Gréa credette opportuno allontanare almeno momentaneamente uno dei principali protagonisti.
Pertanto nella primavera del 1899 pensò, per un istante, di inviare D. Delaroche in Canada, come superiore della casa di Nominingue. Ma, spiacente di privarsi di colui che considerava il suo braccio destro, dopo aver pregato e chiesto consiglio, decise di recedere dalla sua idea e gli affidò il noviziato.
Una lettera scritta da D. Delaroche in seguito a tale decisione, di cui provvidenzialmente se ne possiede l’originale, è alquanto significativa per capire la mentalità dell’autore.
«Votre lettre, écrit-il le 22 juin 1899, m’a rendu la confiance prète à m’échapper en ma mission de père maitre. Cette mission a été, comme je vous l’ai écrit, tant contredite contrariée par mes confrères, et parfois  si peu soutenue per notre saint et vénéré R.me qui veut ménager tout le monde – (c’est son devoir, je le reconnais) – que je touchais au découragement. Après la lecture de vos lettres et d’autres encor, notre R.me m’a témoigné en termes exprès le désir de me garder auprès de lui et de continuer ma mission pour la formation de la jeunesse de notre Ordre. Je me suis donc remis à l’œuvre avec plus de confiance ; mais ce n’est pas, je l’avoue, sans un regard de regret vers Nominingue, et sans une certaine crainte trop naturelle peut-être, des difficultés que je vais rencontrer. Ces difficultés, je ne les aurai plus guère de la part du vieux parti qui s’est illustré par sa lettre à l’abbé Santini. Se voyant découvert ces braves rentrent leurs cornes. De ceux là je n’ai à craindre que des taquineries sans importance.
Bien autrement redoutable, à mon avis, est un groupe de nos jeunes Pères, qui marchent ensemble comme un seul homme. Très dévoués en apparence à notre R.me ils ont su se glisser dans ses faveurs, et maintenant notre vénéré Père les met partout au pinacle et en fait ses conseillers intimes. Ils ont, je l’avoue, beaucoup d’habilité et de savoir faire ; mais je cherche en vain chez eux l’esprit surnaturel, le vrai esprit religieux. Ces hommes là je les ai toujours rencontrés en travers de mes efforts pour bien former notre jeunesse sur le patron des saints ; ceux-là sont arrivés au terme que j’ai pu préserver de leur influence…
Voilà le vrai danger pour l’avenir de notre Ordre, l’arrivée aux grandes charges et plus tard au gouvernement suprême d’homme de bel esprit et de talent incontestable, mais en qui personne ne saurait jamais découvrir ce qui fait les apôtres et les saints. Dieu aime assez notre Congrégation pour l’a préserver d’un tel malheur. Lui seul saura déjouer toutes les habilités et tous les calculs humains ».
Non suona per lo meno strana l’espressione con riferimento appena velato a certe preoccupazioni con il pretesto di rimproverare ad altri la mancanza di una visione soprannaturale? D. Delaroche stando a quanto sopra affermato e a quel sbarrare l’accesso a compiti più alti nonostante gli incontestabili talenti non sembra un po’ troppo mirare nel suo intento ad una prospettiva di supremo governo?!  
D. Gréa dopo aver preso la decisione di far rimanere P. Delaroche a St. Antoine, credette bene di fare a meno di D. Moquet. Sua intenzione era quella di inviarlo in Inghilterra, per mettere in atto un progetto di fondazione. Tutti per un certo periodo di tempo ritennero che D. Moquet si stesse preparando per la partenza. Il P. Delaroche invece, premeva fortemente su D. Gréa perché si aprisse una casa dell’Ordine a Roma di cui non se ne poteva più fare a meno e che D. Moquet avesse tutti i requisiti per una missione così delicata e importante.
Una volta presa la decisione fu per lungo tempo tenuta segreta e i preparativi condotti con grande discrezione . Si preparavano degli imballaggi, si faceva credere che si riempivano casse per l’Inghilterra, ma all’ultimo momento il tutto veniva spedito in Italia e prima della fine del 1899 i religiosi vennero messi al corrente, con loro sorpresa, che l’Istituto aveva una casa a Roma e che D. Moquet ne era il primo superiore.
Questa casa, un’elegante villa in via Trenta Aprile, sul Gianicolo, il cui scopo conclamato era quello di facilitare alcuni giovani religiosi nei loro studi di filosofia e teologia, presto si trasforma in un focolaio di intensa e sistematica opposizione all’opera di D. Gréa. Tanto da poter essere considerata come un’enclave dell’opera e il cui vero superiore, insieme a D. Moquet, altri non era che il Maestro dei novizi e priore claustrale dell’abbazia di St. Antoine.
Ora per un motivo ora per un altro, spesso, D. Delaroche si recava nella casa sul Gianicolo per accattivarsi simpatie. Ricopriva così bene il ruolo di superiore maggiore, che non contento di derimere senza opposizione alcuna questioni d’ordine materiale, riservava a sé, con il pieno consenso di D. Moquet, la soppressione completa di usi e costumi…
Quasi subito si passò gradualmente a diminuire gli obblighi penitenziali e liturgici dell’Istituto. Nel 1904 in questa casa si osservavano solo i digiuni e le astinenze obbligatorie per la diocesi di Roma. Quanto al mattutino su 15 o 18 religiosi solo 4 o 5 lo recitavano a mezzanotte. All’inizio del 1905, durante una prolungata permanenza al Gianicolo, dal 2 gennaio al 5 marzo, D. Delaroche soppresse completamente l’officio della notte, conservandolo solo per coloro che avevano ricevuto gli ordini sacri, e privatamente.
Non si può non riconoscere che in una casa di studi come quella di Roma e sotto un clima alquanto debilitante, si sarebbero dovute apportare modifiche alla regola. Cosa del resto già prevista dall’articolo 38 della regola di D. Gréa. Ma ve ne passa della differenza tra una sostituzione e un nuovo genere di vita. Del resto quanto meno i superiori locali avrebbero dovuto, qualora se ne fosse presentata la necessità, informare il Superiore generale, il Fondatore.
Tutte queste modifiche furono fatte e rese operative senza alcun preavviso al R.mo D. Gréa: “al massimo potevo pensare – ebbe una volta a dire – che si ricorresse a delle dispense nella casa di Roma previste dalla regola, ma nessuno mi aveva mai informato sulla lacunosità di una tale interpretazione, all’oscuro di tutto, pensavo che tutto procedesse con discreta regolarità”.
Nulla veniva intrapreso, senza previo consenso e diretta collaborazione, di colui nel quale D. Gréa aveva riposto una grande fiducia e di cui prendeva sempre le difese quando, cosa sempre più rara, contro di lui si levava una qualche critica…
Ma altro può essere aggiunto e il fatto che stiamo per segnalare da solo la dice lunga sulla piccolezza o meglio la mancanza assoluta di correttezza di certi espedienti a cui si faceva ricorso. Le volte in cui il Fondatore si trovava a Roma, questo accadeva una volta o due all’anno, la comunità si organizzava per riprendere le vecchie osservanze durante il suo soggiorno: officio della notte, astinenze in refettorio, almeno per coloro che a tavola sedevano vicino al Fondatore e questo per dare l’illusione che tutto procedesse nel modo migliore. Nel caso in cui la permanenza si fosse prolungata oltre il previsto coloro che ne subivano le conseguenze non se ne dolevano affatto.
Quale dunque il movente, non del modo di procedere, senza dubbio inqualificabile, ma di tutta questa manovra portata avanti in segreto? I loro autori remavano già contro quello che dagli stessi veniva definito il “monachesimo” di D. Gréa? Il loro progetto era forse quello di eliminare non solo nella casa di Roma, ma in tutto l’Istituto le vecchie osservanze? Per quanto impossibile possa sembrare, da indizi più che certi, deriva che tale era il disegno che nutrivano, anche se noto solo ai diretti interessati e che le circostanze avrebbero fatto sviluppare ed arrivare a piena attuazione.
Nel frattempo Pio X aveva ordinato la visita di tutte le comunità religiose di Roma. Il 5 marzo 1906 Mons. Luigi Morando, appena eletto arcivescovo di Brindisi, ma non ancora consacrato, fece visita alla casa del Gianicolo. Poco tempo ci volle per ascoltare la maggior parte dei religiosi, circa una quindicina, ma per gli intimi di D. Moquet, ci volle un tempo maggiore. Infatti un grande andirivieni, che contrastava con la calma degli altri, teneva costoro in continua efervescenza.
Grande era infatti la posta in gioco a seguito di questa visita apostolica e le loro lagnanze e recriminazioni dovevano godere dell’unanimità: la regola è impraticabile, è nociva alla salute, la S. Congregazione nel 1887 ha ritenuto bene non approvare le Costituzioni e ha chiesto che ne vengano presentate di nuove. Sono passati 20 anni e D. Gréa non ha fatto nulla sia perché contrario ad ogni cambiamento e sia perché la S. Congregazione non ne vuol sapere. Ci si trova pertanto senza costituzioni e per di più al di fuori delle norme e degli altri decreti della S. Sede.
Facile costatare l’effetto disastroso di lagnanze pesanti e ripetute da parte di una minoranza, senza che alcuno potesse fornire ulteriori spiegazioni e così smascherare il sofisma. Non sorprende quindi il fatto che Mons. Morando abbia autorizzato la comunità a seguire, almeno a titolo provvisorio, il regolamento introdotto da circa un anno, con la dispensa dalle osservanze e dall’alzata a mezzanotte. Il visitatore, in seguito, disse al Fondatore che era pregato di presentare a Roma al più presto le costituzioni definitive per ottenerne l’approvazione.
ecco un estratto del “Mémoire”, a cui dovremmo spesso far riferimento, e che quelli del Gianicolo ritennero bene far pervenire ad un vescovo – forse a molti vescovi di Francia – alla fine dell’estate del 1911.
« Le 5 mai 1906 eut lieu dans la maison du Janicule (Procure générale et maison d’études) la visite apostolique ordonnée par Pie X dans toutes les communautés de Rome. Le visiteur était le regretté Mgr Morando, mort archevêque de Brindisi. Il reconnut la régularité et le bon esprit des religieux, mais il trouva leur santé très éprouvée et leur constitutions lui parurent absolument insuffisantes. C’est pourquoi il inséra dans son rapport une note ainsi conçue : “ il visitatore apostolico giudica che la S. Congregazione dei vescovi e dei Religiosi debba presto chiamare a sé il Superiore generale invitandolo a presentare senza indugio le costituzioni perché siano prese in debito…” le 14 mars 1907 la S. Congrégation chargeait le procureur général D. Moquet de trasmettre au R.me D. Gréa l’ordre de présanter ses constitutions, ce qui fut fait le 2 avril ».
Il 2 aprile ebbe luogo tale presentazione, ma contrariamente a quanto sembra insinuare a questo punto l’autore del “Mémoire” con l’aggiunta di ad altre denigrazioni non meno false, la visita canonica della casa sul Gianicolo all’infuori dell’intervento del procuratore generale, non fece emergere nulla di nuovo. Come risulta da alcune lettere dello stesso D. Moquet scritte nel 1909 e fatte circolare poligrafate in diversi luoghi a sostegno della propria causa. Così infatti scrive:
« je recevais de la Congrégation, de dire au R.me Père de déposer ses constitutions au plus tôt. Je plaidai alors la cause du R.me en disant qu’on voulut bien me dispenser de faire cette commission, car il avait alors l’intention de les présenter sous peu ».
Sorgono ora degli interrogativi:
1° quale motivo avrebbe portato D. Moquet a considerare come una “corvée” il trasmettere al Superiore generale una tale “commission”  essendo lui procuratore generale?
2° perché si era lamentato della mancanza di costituzioni, pur essendo al corrente che D. Gréa stava per presentarle?
Altri interrogativi: con quale faccia si poteva continuare a sostenere a Roma che la regola di D. Gréa fosse nociva per la salute, quando già da molto tempo questa per loro era lettera morta?...
Era risaputo che D. Gréa era dell’avviso di presentare al più presto le costituzioni. Il ritardo della presentazione nulla aveva a che vedere con gli eventi della casa di Roma, che lo stesso D Gréa ignorava completamente. Altre furono le vere cause esterne che lo frenarono nel suo intento.
D. Gréa si trovava a Roma all’inizio del 1906 per assistere alla consacrazione dei 14 primi vescovi francesi eletti da Pio X dopo la rottura del concordato e che dovevano essere consacrati nella basilica di S. Pietro il 25 aprile. D. Gréa considerava questo evento un segno della restaurazione religiosa in Francia e secondo lui uno dei principali mezzi per tale rinnovamento consisteva nella diffusione della vita canonicale, obiettivo che aveva perseguito per tutta la vita. Era ancora preso da queste considerazioni quando, il R. P. Lolli, dei Canonici Regolari Lateranensi, consultore incaricato di esaminare le costituzioni, al momento dell’approvazione dell’Istituto nel 1887, gli parlò del grande credito di cui godeva la vita canonicale e lo incoraggiò a proseguire nel suo intento, cioè la restaurazione di questa vita secondo le antiche norme. Aggiunse inoltre: “non prendete come modello le nostre costituzioni riviste sulla base di quelle del XVII secolo, allorquando si era persa ogni idea sugli ordini estragerarchici.
Rinvigorito da queste considerazioni D. Gréa, nel febbraio del 1906, decise di presentare immediatamente le costituzioni. Rientrato ad Andora e rivisto per l’ultima volta il testo, per lungo tempo elaborato e che in una stesura solo apparentemente concisa, racchiudeva tuttavia la sostanza di altre costituzioni molto più voluminose, verso la fine del mese di marzo si rimise in viaggio verso Roma.
Come nelle visite precedenti D. Gréa ebbe a costatare che nella casa al Gianicolo la regola veniva fedelmente seguita; infatti, malgrado la dispensa ottenuta a seguito della visita di Mons. Morando, D. Moquet non aveva il coraggio di affrontare la giusta disapprovazione del fondatore ed era del parere di non far riprendere almeno ad una parte della comunità le antiche osservanze.
D. Gréa, prima di deporre le costituzioni nelle mani dei consultori della S. Congregazione, ritenne opportuno, per ben due volte, consultarsi con il R. P. Lolli. Lo stimato religioso, dopo aver avanzato alcune osservazioni sulla difficoltà tra le osservanze penitenziali e il ministero pastorale e il canto del mattutino nelle piccole chiese, continuò ad incoraggiarlo e gli dette inoltre alcuni consigli pratici sul come procedere nei riguardi della S. Congregazione.
Il Card. Vivès, protettore della comunità, che come sempre nutriva una grande stima nei confronti di D. Gréa, lo incoraggiò nel procedere alla stesura delle costituzioni, facendogli presente che non ci sarebbero state  difficoltà per l’esame delle stesse.
Quindi con le dovute garanzie il testo rivisto fu ufficialmente deposto presso la Segreteria della S. Congregazione dei Vescovi e dei Religiosi.
D. Gréa in tutti i suoi movimenti come in tutte le visite a cardinali e altri personaggi veniva accompagnato da D. Moquet. Nessuna sfiducia e nessuna opposizione costui lasciò trapelare in questa circostanza cosa che invece risulta dalla sua lettera poligrafata.
D. Gréa nei mesi  seguenti, all’oscuro di tutto, ma come sempre pieno di speranza, il 9 aprile scrive: « l’œuvre de Dieu, scrive, il 9 aprile, s’avance vers les dernières solutions, par l’approbation des constitutions que je viens de demander à Rome ». Riteneva che le costituzioni potessero essere approvate nell’arco dell’anno e pensava già alla convocazione di un capitolo generale per divulgarle e renderle operative. Tanta era la sua fiducia che non ritenne affatto necessario far seguire da qualcuno la sua causa a Roma. D’altronde non risiedeva forse a Roma il Procuratore, abituato alle cose del mondo e alla vita della città eterna, pronto a mettere al servizio della grande causa comune il suo zelo e la sua abilità…
La triste realtà fu invece che D. Moquet continuò a remare contro. Come si può vedere dalle lettere poligrafate e dal “Mémoire” sintomi di gravi difficoltà erano sorti all’interno della S. Congregazione subito dopo la consegna delle costituzione (…) un loro eventuale rifiuto ne avrebbe messo  in risalto un contenuto non appropriato e anche velleitario. “malheureusement” le costituzioni non si discostavano molto da quelle presentate vent’anni prima.
Il testo in latino che viene citato e di cui spesso quelli del Gianicolo si servono, come di un arma non solo difensiva, ma offensiva, è l’estratto di una lettera inviata al Vescovo di St. Claude, come anche il decreto di approvazione dell’istituto del 1887. In questa il segretario evidenziava i punti per i quali si chiedeva una più ampia stesura. In nessuna parte di tale lettera si faceva riferimento a modifiche da apportare o a correzioni propriamente dette, ma di aggiunte, il cui insieme avrebbe costituito una nuova redazione: “novam ac magis completam redactionem”. Il segretario, infatti, abituato a prendere in considerazione costituzioni di molte Congregazioni moderne ben più voluminose, stupito di fronte alle poche pagine che formavano le Costituzioni di D. Gréa, aveva espresso la sua ammirazione con un’espressione fantasiosa che D. Moquet continuamente ripeteva facendola passare come l’equivalente non solo di una critica, ma di un marchio d’infamia: “vix larvam prae se ferunt constitutionum”.
Una larva di costituzioni? Certamente, una larva, cioè un essere in formazione con tutte le sue funzioni essenziali e qualificanti, le quali altro non aspettano che circostanze favorevoli nel tempo per svilupparsi e mostrare tutta la loro perfezione…
Durante i 19 anni trascorsi dal 1887 diversi particolari erano stati rivisti senza per questo aumentare sensibilmente la portata materiale dell’opuscolo. D. Gréa, come era noto, non aveva ritenuto opportuno aggiungere capitoli di direzione generale e comuni a ogni vita religiosa, come anche numerose norme regolate dal diritto e la legislazione ecclesiastica. La sintesi era una sua caratteristica, e il suo stile conciso, denso insieme ad altre qualità gli avevano procurato elogi da parte di autorità come, per esempio, al mometo della pubblicazione del “L’église et sa divine constitution”, ma che nella fattispecie non erano sufficienti ad evitare le critiche basate più sul numero delle righe di un lavoro che non sulle idee in esso espresse.
Di fronte al malcontento e alle disapprovazioni sorte all’interno della Congregazione, così si esprimeva D. Gréa, quando per la prima volta ne fu messo al corrente il 13 luglio 1910: « cette lettre de D. Moquet est pour moi une étrange révélation et fabulation. Comment ce Père pouvait-il me laisser ignorer ces choses, alors qu’il était mon mandataire ? Mysterium iniquitatis et falsitatum. Nos constitutions n’avaient pas été rejetées en 1887, en meme temps qu’on approuvait l’institution ; on m’avait seulement demander de les compléter. En les présentant, je fis les additions demandées ; si elles n’étaient pas suffisantes, il n’y avait qu’a les signaler ; mais il n’y avait aucun motif d’irritation encore moins d’un procès en déposition, chose absurde ».
Ci dica l’autore del “Memoire”, ci dica D. Moquet: “chi è l’offeso che arriva a parlare di deposizione? Che ne faccia il nome, perché fino a prova contraria ci rifiutiamo di credere che anche una sola persona autorizzata, soprassedendo alla discrezionalità della curia romana si prestasse alle segrete macchinazioni di D. Moquet. Cosa inaudita. Circolavano voci secondo le quali le costituzioni di D. Gréa, ancora al vaglio degli esaminatori, erano state rifiutate. Mysterium iniquitatis et falsitatum.
Se alcuni personaggi della S. Congregazione sono rimasti sorpresi davanti alle costituzioni, che non si discostavano molto da quelle già presentate, il superiore del Gianicolo non può far finta di nulla e deve ammettere che sarà lui stesso a fomentare un clima avvelenato attribuendo al fondatore intenzioni di disobbedienza e di disprezzo. Suo obiettivo infatti era quello di far rifiutare le costituzioni di D. Gréa, che molto contrastavano con le nuove regole vigenti nella sua casa.
Il suo intento dichiarato: estendere all’Istituto intero la visita apostolica già in atto per la casa sul Gianicolo. Da un po’ di tempo, infatti, la parola d’ordine che circolava era quella di ritenere una tale visita necessaria per riportare ordine…ciò proverebbe che una tale iniziativa, tutt’altro che necessaria, non scaturiva tanto dalla Congregazione quanto invece dall’intento personale perseguito da D. Moquet e suoi seguaci. Is fecit cui prodest.
Al momento della visita (1906), affidata a due eminenti religiosi francescani, la Congregazione dei Canonici Regolari dell’Immacolata Concezione, era composta da 153 membri, di cui 73 preti; tre le case principali: Andora (Italia) con il noviziato, presso la quale risiedeva abitualmente il R.mo Superiore Generale; quella sul Gianicolo, a Roma, casa di studi e procura; quella di Notre Dame de Lourdes, in Canada, che dopo un avvio, meritevole di lode, ma modesto nel 1901…viveva un momento di prosperità religiosa e di regolarità esemplare.
Nell’insieme nessuna anomalia sembrava manifestarsi  nell’Istituto, anche se sarebbe esagerato sostenere che tra i suoi membri regnasse un’unanimità perfetta di intenti e di vedute.
Eccezion fatta della minoranza scismatica della casa di Roma, i cui capi da tempo nutrivano intenti di controriforma, bisogna ammettere che tutti, pur con diversità di vedute, rimanevano fortemente fedeli a D. Gréa.
Anzi alcuni, presi da entusiasmo e ammirevole rigore, condividevano a pieno anche i più insignificanti punti della regola…la maggioranza però, pur nutrendo una filiale venerazione per la persona del Fondatore, percepivano un certo malessere la cui causa la si può riscontrare in quel desiderio certamente legittimo, ma per nulla eversivo, di vedere l’opera alla quale si erano dedicati, più in sintonia con l’autorità ecclesiastica e che l’ideale canonicale nel suo contenuto essenziale poggiasse su solide basi, e meno prestasse il fianco a interpretazioni peregrine.
Con la visita non si voleva forse raggiungere un tale obiettivo? Alcuni, soprattutto coloro ai quali gli intrighi più o meno diretti di D. Moquet avevano fatto vedere questa visita come in  un offuscamento di un miraggio ingannevole, lo ritennero possibile. Altri, e non tra i meno fedeli, più tardi arriveranno ad ammettere, con grande umiltà, di aver lasciato trasparire dalle loro deposizioni scritte, una amarezza più intensa di quanta in verità ne avessero in cuore.
Pochi tuttavia furono coloro che ebbero l’ardire di sostenere nei loro desiderata una esposizione libera e diversa da quanto scritto nel “Memoire” e nelle lettere poligrafate di D. Moquet. Sappiamo per certo dai colloqui con gli stessi visitatori che il risultato dell’inchiesta, nel suo insieme, fu rassicurante e oltre le attese.
Ecco quanto, per esempio il 30 dicembre del 1909, da Roma scrive il rimpianto D. Al. Grospellier : « le cardinal Ferrara, Préfet de la Congr. Des Ev. Et des Rél. Vient de me parler avec satisfaction de la relation orale du R. P. Visiteur, tout à fait favorable au R.me Père Abbé, qui l’a beaucoup édifié ».
Una testimonianza ancora più esplicita la si può leggere in una lettera del R. P. Colomban-Marie, delegato per la visita alle case del Canada, del 12 novembre 1906, al momento di imbarcarsi per l’Europa: « Ce sera un bonheur pour moi de dire au R. P. Raphael la confiance, la soumission, le bon esprit, la cordialité avec lesquels j’ai été accueilli partout dans vos maisons. Votre attachement à l’Institut, je veux dire l’attachement de tous les vôtres a ce Institut, aux constitutions, aux traditions des anciens et à le personne même du vénéré fondateur sera également un sujet de consolation pour le Visiteur Apostolique ».
Come mai, conoscendo tutto questo, l’autore del “Memoire”, riprendendo testualmente le parole delle lettere di D. Moquet, ha potuto scrivere: « cette visite où tous les religieux purent parler librement, révéla dans l’Institut un état auquel la S.te Eglise devait porter remède ».
Certamente singolare  questo modo di porre “rimedio” che per guarire un organismo arriva a distruggerlo, senza aver prima cercato una strada del tutto diversa.
Intanto, il lavoro di scavo, a Roma veniva portato avanti subdolamente e segretamente, in perfetta sincronia con la visita. Tuttavia qualcosa ogni tanto trapelava, infatti il mese di settembre del 1906, mentre ad Andora si celebrava nella gioia il giubileo sacerdotale di D. Gréa, si venne all’improvviso,ma anche un po’ per caso, a sapere che D. Delaroche, solo da poco partito per il Perù, stava sulla via del ritorno…
D. Moquet, ad Andora per la festa, visibilmente imbarazzato e indignato per il diffondersi della notizia, altro non seppe rispondere a D. Gréa, completamente all’oscuro e sorpreso per la  cosa, che tutto era dipeso dalla Segreteria di Stato…
Ma il “Memoire” precisava che il motivo di quel rientro era dovuto all’iniziativa del Procuratore perché D. Delaroche potesse fare la sua deposizione durante la visita canonica…! Ma perché, essendo ormai il vero motivo di un tale ritorno conosciuto da tutti, rivestirlo di mistero? Perché lo si era così accuratamente tenuto nascosto al superiore generale?
Gli avvenimenti a seguire ce ne forniranno le risposte.
Il 24 novembre, infatti, D. Delaroche giunto ad Andora vi restò solo quel tanto che era necessario per mettere totalmente al corrente D. Gréa della situazione in Perù, ma glissò sul vero motivo del suo precipitoso rientro e ancor più sulla fretta del suo essere a Roma al più presto.
In verità, la vera urgenza era dovuta al fatto, che una volta insieme nella casa sul Gianicolo, si sarebbero immersi in un minuzioso lavoro di redazione facendo incetta di norme, di decreti recenti e di altri esemplari di costituzioni di ordini religiosi moderni.
Quale l’intento di tanto intenso lavoro? Correvano voci che si trattasse di un totale rimaneggiamento  delle Costituzioni del fondatore in modo, così dicevano i ben informati, di armonizzare le regole dell’Istituto con numerosi punti del Diritto Canonico dimenticati o « violé par D. Gréa…». Ma secondo altri seri indizi si è portati a pensare che i due collaboratori già da molto tempo stavano redigendo una sorta di “Mémoire” sulla scorta di fatti accaduti, veri o falsi o semplicemente supposti contro il modo di governare del Reverendissimo.
Il fatto è che durante le sei settimane di lavoro in comune, i due redattori per assicurarsi non solo consigli, ma soprattutto solidi appoggi, non disdegnarono di effettuare un certo numero di visite. Al momento opportuno, senza ulteriore indugio, si verificò la grande esplosione: 26 gennaio 1907.
Si trattava nientemeno che del Decreto emanato dalla Congregazione dei Vescovi e dei Religiosi stando al quale il R. P. Delaroche veniva a rilevare il R.mo D. Gréa nel governo dell’Istituto, con il titolo di Vicario Generale e con la nomina del R. Antoine Moquet a primo assistente…
Unico il motivo indicato nel Decreto per l’inattesa presa di posizione: l’avanzata età del Reverendissimo, che non avrebbe potuto più sopportare le fatiche di un incarico fin qui validamente svolto (“ea sollecitudine ac virtuteque hactenus praestiti”) e favorire (“peropportunum”) così la nomina di uno dei suoi figli per essere iniziato, ancora lui vivente, al governo dell’Istituto. Prima della pubblicazione del Decreto, l’eminentissimo Prefetto della Congregazione, card. Ferrara, volle personalmente darne notifica al R.mo D. Gréa, non mancando di far presente ( udienza del 22 febbraio) che la Congregazione con il designare quale Vicario: « l’homme de sa confiance, son bras droit, etc, etc… » non aveva fatto altro che interpretare le intenzioni e gli interessi dello stesso fondatore.
Sul Gianicolo circolava invece una diversa versione dei fatti: il R.mo si sarebbe fortemente opposto al Decreto e avrebbe anche lungamente discusso con il card. Prefetto, tanto da scandalizzare il segretario della S. Congregazione, che era presente…
Ma secondo, una dichiarazione scritta dello stesso R.mo si trattava di « pur mensonge et absurde ». Menzogna, possiamo aggiungere, che risulta, con chiarezza, dal testo stesso del Decreto, che, accompagnato da spiegazioni lenitive dello stesso Cardinale, non fu da D. Gréa compreso in tutta la sua portata, come testimoniato dalla lettera circolare che ritenne opportuno in tale occasione indirizzare ai religiosi dell’Istituto. Lettera da cui non  traspare la pur minima ombra di amarezza, ma che anzi è espressione di un cuore pieno di riconoscenza…, tanta infatti era in quel frangente l’illusione e la persuasione che portava a far ritenere che il Decreto non fosse altro che una ufficializzazione della nomina di D. Delaroche a vicario generale.
In verità, nonstante questa delucidazione che il superiore della casa al Gianicolo si era affrettato a comunicare alla comunità, nel Decreto D. Delaroche era nominato non vicario generale del R.mo per un essere a lui di aiuto, ma vicario da parte del Papa, si trattava pertanto di una destituzione.
Per il momento l’unico documento ufficiale in circolazione, o meglio indizio ufficioso di quanto accaduto, era costituito dalla circolare del R.mo D. Gréa. Alcuni presero per buone le parole rassicuranti del fondatore, mentre altri, sospettando il vero orientamento che si nascondeva sotto le trame subdolamente ordite, erano preoccupati e sul punto di avanzare delle richieste di chiarificazione, quando apparve una seconda circolare, ma questa volta non del R.mo ma del Vicario generale, con contenuto molto diverso da quello della precedente.
In questa, infatti, facendo riferimento alla precedente circolare del R.mo P. Abate, a cui la S. Sede concedeva “un relativo e ben meritato riposo” l’autore aggiungeva che la stessa autorità apostolica gli imponeva “la croce del superiorato”, croce che “abbraccia con timore, ma anche con fiducia”. Nella stessa si notifica che la sua residenza ordinaria era a Roma, “in conformità a quanto previsto per gli ordini religiosi” e che secondo quanto richiesto dal Decreto del 26 gennaio 1907, godeva dell’assistenza di quattro consiglieri, di cui fa i nomi. Il primo fra tutti naturalmente quello di D. Antoine Moquet e a seguire gli altri tre, scelti tra i più anziani, che meglio avrebbero fatto se avessero declinato la nomina.
Con ciò ogni incertezza veniva a cadere. Ma quale il vero tenore del testo del Decreto apostolico, che aveva prestato il fianco a interpretazioni diverse? Dietro richiesta di molti, il testo venne finalmente reso noto, suscitando, per la sua chiarezza, un grande sussulto di stupore.
Nell’Istituto si era d’accordo e si desiderava un intervento da parte di Roma per concedere un aiuto a D. Gréa nell’esercizio del governo, ma nessuno pensava ad un suo allontanamento con tanto di ben servito. Grande sorpresa, inoltre, suscitò in molti il fatto che, essendo in gioco la successione del loro superiore, ai Canonici Regolari non fosse stato richiesto un loro parere.
A seguito di ciò, da parte dei figli, deferenti al padre, il minimo che ci si poteva aspettare – cosa che in verità accadde – fu una unanime protesta che pur rispettosa e dolorosa nella forma non sminuì la forza della loro legittima rivendicazione. Nessuna colpa può essere fatta ricadere su di loro e meno ancora elevarla a pretesto per nuove invettive.
Cosa , invece, che puntualmente accadde. Infatti colui che risiedeva al Gianicolo, sorpreso dalla valanga di proteste, alcune accompagnate da lettere di vescovi, secondo una tattica non nuova e sempre riproposta, corse ai ripari con un nuovo e più categorico Decreto della Congregazione in data 8 maggio. « l’unique et suprême Supérieur général, y était-il solennellement déclaré, celui à qui seul appartient le gouvernement de l’Institut, est le Vicaire général D. Augustin Delaroche… », a D. Grèa veniva riservato, la preminenza e il diritto, in alcuni casi ben precisi, di un suo parere con valore puramente consultivo e non inficiante decisioni già prese.
Nello stesso decreto si richiamava il Vicario generale all’obbligo di presentare alla S. Sede quanto prima le costituzioni dell’ordine per una loro approvazione, non senza previa correzione: “emendandis justa animadversiones expresse traditas et normas pro similibus Instituti typis editas”.
La gravità di tali parole lasciano intendere che la Congregazione stava ancora aspettando la presentazione delle Costituzioni con i dovuti emendamenti richiesti.
Eppure, come sopra evidenziato, D. Gréa non solo aveva portato a termine un tale lavoro, ma, in data 3 aprile, ne aveva deposto un esemplare presso la Segreteria della Congregazione. Che ne era stato? D. Gréa ne venne a conoscenza molto tempo dopo direttamente dal rev. Consultore, mons. X, vescovo emerito di Siracusa, al quale la Congregazione aveva affidato il compito di visionare le Costituzioni. Si venne a conoscenza che questi aveva redatto un rapporto, ma poi…tutto scomparve nel nulla…!
In tutto ciò sorprende il fatto che al diretto interessato, D. Gréa, non fu fatta pervenire in nessun modo notizia alcuna in riferimento al lavoro presentato. Si potrebbe perfino supporre che il rapporto del rev. Consultore non sia mai arrivato ai membri della Commissione chiamati a decidere. Se vero, come tutto spinge a credere, come non provare tristezza per siffatto modo di procedere?
Irregolarità? Purtroppo si possono verificare basti pensare alle abbazie di Solesmes e di Lérins, anche se in seguito la Congregazione, dopo un primo momento di incertezza, seppe ben riconoscere da quale parte pendesse il piatto della verità e della rettitudine.
Di fronte ad un decreto ufficiale della S. Sede non possiamo che fare nostro il detto: “Parole du pape parole de Dieu”.
Pertanto, senza attardarci su riflessioni e rimpianti, che per nulla al mondo, vorremmo venissero interpretati come recriminazioni, proseguiamo semplicemente nell’ esposizione degli avvenimenti, che continuarono a svolgersi, sotto la spinta e l’attento controllo di quelli del Gianicolo.
D. Gréa avrebbe potuto facilmente rassegnarsi al fatto di non essere più alla testa della Congregazione da lui fondata, ma non poteva chiudere gli occhi su quanto a Roma avveniva intorno alla revisione delle Costituzioni perché ne andava di mezzo dell’esistenza dell’opera, da lui concepita e realizzata.
Si rivolse quindi al Card. Vivès, protettore dell’Istituto, per chiedere che fosse ascoltato. Questa la risposta incoraggiante del Card. – lettera del 13 giugno 1907 – “francamente fare tutte quelle osservazioni e postulare desiderata suoi, come Fondatore venerato della sua Congregazione”.
Nonostante ciò il lavoro e l’esame delle Costituzioni elaborate da quelli del Gianicolo, continuava nella sua marcia misteriosa, ignorando ogni utile intervento di D. Gréa.
A dire il vero durante un suo soggiorno a Roma nel maggio del 1908 gli vennero fatte pervenire alcune annotazioni, sotto segreto, e con l’ingiunzione di inviare sue osservazioni per scritto entro otto giorni. Ma preso atto della differenza tra queste Costituzioni e le sue, non ritenne opportuno fare altro che riassumere, ancora una volta, in poche righe, lo scopo del suo istituto, il regime o governo, e la correttezza delle sue cosiderazioni.
Sperava ancora che la Congregazione, a conoscenza del suo Memoire, avrebbe avanzato la richiesta di un suo intervento chiarificatore o di una sua personale presenza. Non gli venne neppure concesso di sentirsi dire che non se ne sarebbe fatto nulla e tutto cadde nel dimenticatoio.
La motivazione sta nel fatto che la S. Congregazione si era già pronunciata nel merito nella seduta del 27 aprile, adottando all’unanimità le conclusioni presentate dal  relatore R. P. Esser, conclusioni che suonavano come un autentico verdetto di morte non solo quanto al lavoro di D. Gréa, ma anche per quello che gli artefici del Gianicolo avevano cercato di far passare sotto sembianze più moderne.
Il relatore e con lui la commissione dei dieci membri, partendo dal presupposto che un istituto non poteva contemporaneamente perseguire due finalità principali erano giunti a concludere che i Canonici Regolari non potevano simultaneamente dedicarsi al servizio di Dio e a quello del prossimo e che pertanto, avendo dato grande importanza al canto dell’officio canonicale, dovevano rinunciare al servizio delle parrocchie.
Quindi ogni loro casa, proprio per dare all’officio divino tutta la sua dignità, non poteva comprendere meno di dodici religiosi.
Inoltre, essendo religiosi a voti semplici, i membri di questo istituto non potevano fregiarsi del nome di Canonici Regolari, ma solo Canonici…dell’Immacolata Concezione.
Pur con il dovuto rispetto, una tale decisione ci sorprende non poco. Il solo modo per giustificarla è il presupporre che i reverendi Consultori si siano imbattuti in costituzioni del tutto diverse da quelle degli antichi ordini canonicali.
La storia, infatti, insegna che la vita dei Canonici Regolari ha come costitutivo naturale il servizio dei fedeli nel ministero delle chiese e la lode di Dio nella preghiera pubblica o officio canonicale. Tutto questo per i Canonici Regolari non significa perseguire due finalità distinte, e per di più incompatibili, dato che l’obbligo quotidiano della preghiera liturgica deve essere considerato parte essenziale e elemento soprannaturale necessario per il ministero delle anime.
Queste le costanti dei canonici regolari di tutti i tempi. Già il clero regolare d’Ippona sotto la guida di S. Agostino, loro legislatore, esercitava tutte le funzioni proprie del clero ordinario, con l’apporto della vita religiosa.
Soprattutto il R. P. Esser non poteva, figlio stimato di S. Domenico, essere all’oscuro di quanto sopra. La sua decisone potrebbe avere come retroterra una strana confusione dovuta al testo ibrido delle costituzioni a lui sottoposte in esame.
Quelli del Gianicolo, presi dalla preoccupazione di combattere il “monachesimo” di D. Gréa, si erano dati da soli la zappa sui piedi.
Infatti venendo meno il servizio delle parrocchie, fonte unica di risorse, si poneva il problema di come costruire e sostenere case numerose, con l’unica risorsa derivante  dal canto dell’officio divino. Questione, data la posta in gioco, oltremodo inopportuna e per di più rivelatrice – lo stesso “Memoire” ve ne fa riferimento – di  una visione filosofica materialista.
Ancora oggi, aveva scritto D. Moquet, nelle sue lettere poligrafate (8 febbraio 1909), non trovo altra spiegazione, riguardo al voto della commissione, all’infuori di quella che volevano liberarsi di noi.
La nostra esistenza era lasciata alla buona discrezionalità del Card. Protettore.
Infatti solo un suo intervento avrebbe potuto, a questo punto, avere una qualche efficacia. Fu così che, dietro richiesta dei superiori del Gianicolo, il Card. Vivès ottenne dalla Congregazione, la revisione di tre punti fondamentali per mantenere in vita l’opera: il nome di Canonici Regolari – nomen non rem –; il servizio nelle parrocchie e l’obbligo che in ogni casa risiedessero tre religiosi.
Ve ne corre da quanto, secondo tradizione, è costitutivo di un istituto religioso. Tuttavia gli istigatori del Gianocolo se ne ritennero soddisfatti e soprattutto riconoscenti per aver ottenuto con l’intervento del Card. Vivès quello che d’ora in poi considereranno come una loro opera.
D. Gréa, ancora una volta, venne tenuto con dovizia all’oscuro di tutto. Era solamente a conoscenza del fatto che, secondo la piega generale manifestatasi in seno alla commissione, non sarebbe stato compreso il genuino senso del suo istituto. Ritenne così opportuno, per meglio rendere esplicito il suo pensiero, ricorrere personalmente al Sommo Pontefice.
Gli fu concessa, in situazioni quanto mai negative, udienza. Troppe le persone in attesa e l’intrattenimento, necessariamente breve, non andò oltre i convenevoli, forse anche per un previo intervento di qualche influente personalità sul Pio X: il Papa nutriva grande fiducia nel Card. Vivès: « qui est pour vous et pour votre institut, dit-il, un valoroso protettore ».
Verosimilmente lo stesso Eminente Protettore aveva messo al corrente il Santo Padre delle conclusioni del Relatore, del voto della Commissione, e anche del suo stesso intervento per modificare conclusioni e voto perché l’istituto potesse continuare ad esistere.
Pio X aveva, quindi, tutte le buone ragioni per presentare il Card. come un « vaillant protecteur » e D. Gréa, non immaginando che una tale “protezione” andava tutta in favore del neo-istituto, e quindi contro di lui, invece di gridare il proprio dolore di fronte al Sommo Pontefice, con riconoscenza e senza restrizione alcuna condivise quelle affermazioni.
Solo pochi giorni mancavano all’approvazione definitiva delle nuove costituzioni, volute dal Card. Vivès, quando pervennero a Roma, soprattutto dal Canada, una gran quantità di petizioni, alcune anche da parte di vescovi, di protesta contro le modifiche apportate alle regole dettate da D. Gréa e si richiedeva il ripristino del testo integrale delle sue costituzioni.
Questo quanto riportato anche nel già citato “Memoire” degli innovatori, dimostrando così di ignorare completamente quanta fosse la distanza tra la loro opera e le aspirazioni di un gran numero di religiosi e anche di eminenti prelati amici di D. Gréa.
A nulla servirono le migliori argomentazioni e le più alte raccomandazioni venute dall’esterno.
Così ebbe a scrivere il 21 dicembre 1907 il Card. Arcivescovo di Reims: “il mio intervento avrebbe potuto solo giocare in favore di alcuni trasferimenti, nei confronti sia di D. Gréa che di alcuni soggetti dell’Istituto. Quella era ormai la sostanza delle costituzioni il cui testo definitivo era stato già promulgato”.
Il Decreto di approvazione delle nuove costituzioni porta invece la data del 10 ottobre 1908, con la clausola ordinaria “ad septennium”. Un esemplare, con lettera di promulgazione del Card. Vivès, fu fatto recapitare a D. Gréa a Parigi. Questi pur prostrato, si rassegnò, tanto che dopo pochi giorni, trovandosi da Mons. Sevin, vescovo di Chalons, nella circostanza vero angelo custode, fece pervenire al Card. Vivés la seguente lettera, breve, ma, secondo lo stile che contrassegna l’autore, più che esaustiva: « Votre Eminence ne peut douter de ma soumission, mais je ne puis lui dissimuler que par les nouvelles constitutions est abolie, dans ses points essentiels l’œuvre à laquelle je suis voué depuis cinquante ans. Je me retire dans la prière et le silence ».
Queste parole decretano la fine di tutto, ma D. Gréa, pur dolorosamente rassegnato dinnanzi alle rovine della sua opera, non rinunciò mai a sperare in tempi migliori.
Questa speranza non venne in lui mai meno. Qualcuno dei suoi avversari la interpreterà come un atteggiamento di amarezza e di recriminazione. In tutto ciò D. Gréa non perse la sua devozione verso la S. Sede, invitando tutti alla fiducia e alla pazienza. In una sua lettera del 12 luglio 1911 scrive: « ne sont là les trois sentiments qui sont pour nous la réponse que Dieu attend de nous à la grâce de la croix présente ».
Ahimè! Un certo numero di sacerdoti anziani, persa la speranza di un auspicato ripensamento e ritorno alla purezza originale e alla ragion d’essere dell’istituto, anche se non dettagli, piuttosto che far parte solo esteriormente della nuova organizzazione, preferirono affrontare i rischi e le incertezze di una dolorosa secolarizzazione.
Molti, sempre legati nel più profondo del loro animo ai ricordi di una vita passata, ricordi, che per alcuni, erano strettamente legati a quelli della loro formazione clericale, anzi della loro infanzia, rimasero profondamente uniti a D. Gréa, condividendone i ricordi, e all’occasione per nulla muti dinnanzi ai nefasti avvenimenti accaduti, causa della loro rovina in terra e della loro vita ormai spezzata.
Altri, soprattutto i padri residenti nell’arcidiocesi di St. Boniface, in Canada, dopo tentennamenti, non volendo rinunciare alla perfezione religiosa, decisero di seguire una strada più efficace per il loro ricorsi a Roma e sottoscrissero una supplica per domandare: « premièrement et principalement la grâce de pouvoir continuer à observer la règle de leur vénérable fondateur ; secondement et subsidiairement la faculté de retourner sous l’autorité de ce fondateur, ou sinon de passer sous la juridiction exclusive de l’Ordinaire, comme les chanoines réguliers des douze premiers siècles ».
La suppliva era indirizzata al Card. Vivès, in quanto Protettore dell’Istituto, e…dal 1 novembre1908 Prefetto della nuova Congregazione dei Religiosi, che per i religiosi prendeva il posto della Congregazione dei Vescovi e Religiosi.
La Congregazione dei Religiosi emise un Decreto in data 7 gennaio 1909 contenente un netto rifiuto di tutte le richieste, in uno stile che non ne allevia l’effetto doloroso.
Nel Decreto, tra l’altro, si ingiungeva ai segnatari della supplica di non rivolgersi a Roma con simili ricorsi e di non più tornare sulla questione.
D. Delaroche, nel mese di ottobre dell’anno seguente, fece visita alle casa della provincia del Canada, dove D. Benoît aveva continuato a mantenere viva una forte impronta della vita religiosa con tutte le tradizioni dell’Ordine. Ebbe, come sempre, verso tutti, in modo particolare verso D. Benoît, atteggiamenti di grande affabilità e arrivò perfino a promettere che a Roma avrebbe appoggiato il suo desiderio di ristabilire diverse delle antiche disposizioni.
In questa circostanza come già D. Gréa anche D. Benoît, illuso dalle promesse farcite di belle parole, e certo dell’inatteso sostegno del Vicario generale, non esitò ad avanzare una nuova richiesta tramite D. Delaroche in qualità di intermediario e questa volta, almeno così sembrava, di avvocato presso la Congregazione.
« Donnez moi seulement trois lignes…honnête homme, disait jadis un Machiavelli quelconque, et je me charge de le faire pondre comme un vil scélérat ».
Cosa si sarebbe dovuto aspettare ora D. Benoît dall’invio di queste riflessioni a D. Delaroche?
Senza dubbio nelle condizioni in cui agiva, sotto copertura del suo Superiore e seguendo la linea gerarchica, pensava di aver fatto un uso del tutto regolare del diritto di supplica…a Roma. Invece, fu giudicata come formale disubbidienza a “l’abstineant” del precedente decreto e questa volta al posto di una risposta motivata si dette seguito a una serie di misure repressive, da cui ci permettiamo di dissentire.
Tali misure furono promulgate sotto forma di lettera del Card. Vivès del 12 gennaio 1910, indirizzata a D. Delaroche, con l’obbligo di farla rispettare:
1. la casa di Notre-Dame de Lourdes non doveva più godere del titolo e dei privilegi di casa maggiore
2. gli studenti, i novizi e altri ancora presenti in questa casa dovevano essere allontanati e trasferiti in altro luogo
3. il “prete” D. Benoît veniva deposto dalla sua carica di superiore e dichiarato inabile a ricoprire qualunque superiorato.
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Stando così le cose. Lo stesso D. Benoît si ritirò nel silenzio e nella preghiera in una semplice e accogliente casa, sua stabile residenza, a St. Leon, parrocchia del Manitoba.
Là si dedicava alla messa a punto di una sua impegnativa opera, elaborata facendo ricorso a sicure fonti della storia della Chiesa, agli insegnamenti e direttive promulgate nella collezione sui concilî: “La vie des clercs dans les siècles passés"  .
I CANONICI  REGOLARI  DELL’IMMACOLATA  CONCEZIONE



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STORIA DELLA CRISI CHE SCONVOLSE L’ISTITUTO DOPO L’ALLONTANAMENTO DEL FONDATORE D. GREA

BREVE NOTA ESPLICATIVA:

AUTORE DELL’ OPERA: DOM HIPPOLYTE DIJON DAL 1911 AL 1913. SCOPO: SINTETIZZARE, IN ALCUNI CASI COMPLETARE  E SOPRATTUTTO ADDOLCIRE DEI PASSAGGI DI UN PARALLELO LAROVO DI DOM PAUL BENOÎT: “LES ÉPREUVES D’UN FONDATEUR”.
DOPO L’IMPROVVISA MORTE DELL’AUTORE (5 GIUGNO 1913), IL SOTTOSCRITTO, IN POSSESSO DI QUESTI APPUNTI, HA RITENUTO OPPORTUNO TRAMANDARLI AI POSTERI. PIÚ AMPIE SPIEGAZIONI RIGUARDANTI L’ARGOMENTO IN QUESTIONE SONO REPERIBILI IN ALTRI SCRITTI.

(segue firma autografa di
fr. Ignace Delavenna cric)

N.B.: l’originale in alcune sue parti e/o pagine versa in pessime condizioni e difficile ne è l’interpretazione. A volte la traduzione viene dedotta dal contesto. Si spera di non aver travisato il pensiero dell’autore. Il tempo e le intemperie non sembrano tuttavia compromettere il contenuto del lavoro nel suo insieme

Traduzione:  p. Tarquinio Battisti cric, Roma, gennaio 2010

Prefazione

Il perché del presente lavoro?  Descrivere brevemente il triste susseguirsi degli eventi accaduti nella giovane e pur fiorente Congregazione dei Canonici Regolari dell’Immacolata Concezione. Gli avvenimenti stessi con la loro loquacità potrebbero esimerci da qualunque commento e mettere in evidenza  come un piano subdolamente condotto e perseguito con mezzi più che discutibili, abbia potuto essere portato a realizzazione lucidamente e palesemente con le più ampie garanzie.
Lungi da noi qualunque intenzione di offesa a persone e ancor più qualunque presa di posizione contro le decisioni adottate, davanti alle quali, quali figli devoti della Chiesa, ci poniamo in rispettoso ossequio.
Ci sia tuttavia permesso, in queste pagine, ristabilire la giusta verità intorno agli avvenimenti verificatisi, e questo anche per una corretta confutazione di quel “Mémoire” tendenzioso, le cui travisamenti, per non dire menzogne, hanno, lo scorso anno, tristemente impressionato un certo numero di eminenti personaggi ai quali era stato fatto a suo tempo pervenire.
Riteniamo inoltre di compiere un’opera utile e di filiale profonda pietà verso il reverendissimo Dom Gréa che questa prova portò sulla croce in piena sottomissione e fiducia.



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Il Reverendissimo Padre abate Dom Gréa non aveva mai avuto intenzione alcuna di fondare un nuovo Istituto nella Santa Chiesa.
Quando da giovane prete (1856), quale semplice “aumônier” delle forge di Baudin (Jura), si accingeva a ripristinare, con gli allievi di una “Maîtrise” o scuola clericale da lui organizzata, l’aspetto liturgico delle antiche collegiali; quando, in seguito, divenuto vicario generale del Vescovo di “St. Claude” (Mons. Nogret), ottenne dall’autorità episcopale, che quei primi allievi trasferiti dalla piccola chiesa di Baudin alla cattedrale, fossero costituiti in congregazione diocesana; quando, subito dopo, i Sommi Pontefici Pio IX e Leone XIII, gli concessero, il primo un breve di lode (1876), il secondo un’approvazione generale della sua opera (1886), sua unica intenzione era quella di restaurare integralmente l’antica vita canonicale del clero occidentale.
Unico suo desiderio, lo scopo di tutta la sua vita, consisteva nel ripristinare i Canonici Regolari nella loro forma tradizionale, e quindi, con la duplice funzione di servizio a Dio con la preghiera liturgica e di servizio al prossimo con il ministero delle anime.
Affinché questa vita in comune dei suoi chierici regolari poggiasse su solide basi soprannaturali, Dom Gréa, senza nulla innovare, introdusse nella regola tutte le osservanze penitenziali dei Canonici Regolari.
Una tale austerità della regola, fin da principio, suscitò più di una critica. Dom Gréa, ne prese sempre le difese, dimostrando che con ciò non faceva altro che riproporre le antiche osservanze degli Istituti canonicali, soprattutto quelle dell’abbazia di St. Victor de Paris, famosa per la disciplina, per uomini illustri e sontuose celebrazioni.
Nella realizzazione della sua opera D. Gréa non difettava dell’apporto di consiglieri emeriti: Mons. Caverot, suo confessore negli anni dell’adolescenza, vescovo di Saint-Dié, in seguito arcivescovo di Lyon e cardinale, Mons. Mermillord,… Non mancarono nei confronti di D. Gréa attestati di stima e di ammirazione per la sua opera da parte di personaggi illuminati e pii, tra gli altri Mons. de Ségur, il R. P. Desurmont, ecc, ecc.
Questi attestati di persone competenti servono a respingere l’obiezione a volte avanzata, soprattutto in certi momenti, nei confronti dell’operato di D. Gréa: di essere più teorico che pratico. Anche se vi fosse stato – cosa inevitabile in ogni inizio pieno d’entusiasmo e di fervore – più di un punto da mitigare, o ancor meglio da adattare data la diversità di circostanze e di temperamenti, il tempo e l’esperienza l’avrebbero evidenziato.
Inoltre, che l’opera di restaurazione voluta da D. Gréa, avesse un avvenire lo sta a dimostrare sia la sua concreta realizzazione, sia il fatto che nei lunghi anni a Saint-Claude, l’Istituto, nel fervore dei suoi tempi eroici, era uno spettacolo, che, come ebbe ad esprimersi un testimone, faceva pensare a “un vero piccolo paradiso in terra”.
A noi ora il compito di dimostrare come l’influsso negativo dell’inimicus homo, seminando zizzania, finirà per compromette tutto o quasi il raccolto.
Parlare della crisi, oggetto del presente resoconto, significa evidenziarne le nefaste cause e la loro messa in atto avvenuta più o meno dal 1900 al 1907. Volendo essere ancora più precisi dobbiamo risalire al 1890. E’ questo il momento in cui errori di interpretazione della regola, o meglio quel rigorismo nell’applicarla, fecero sorgere, presso molti, un certo malessere, accresciuto da meschine scuse di mal di stomaco e di inadeguata alimentazione.
Nulla di irreparabile e presto, data la prontezza di spirito del fondatore, per tutto si sarebbe trovata una soluzione, se un virus estraneo, molto più nefasto, non avesse trovato esca in una specie di brodo atto a coltivarlo e farlo sviluppare a tal punto da prevalere sull’intero organismo.
A causa di circostanze alquanto complesse, dovute sia a giustificabili suscettibilità e ancor più a notevoli contrasti, la Casa Madre dei Canonici Regolari nel 1890 venne trasferita da Saint-Claude all’abbazia di Saint-Antoine, nel Dauphiné.
Anche se fino a questo momento nulla poteva far pensare ad un inizio di cambiamento dello spirito dell’Istituto, tuttavia quasi subito si manifestarono i primi sintomi di uno stato di malessere, i cui principali protagonisti non è difficile portare allo scoperto.
Primo fra tutti, D. Marie Augustin DELAROCHE, nel quale D. Gréa, dopo la partenza di Dom Benoît per il Canada, aveva riposto tutta la sua fiducia e al quale era stato assegnato, solo dopo pochi anni di vita religiosa, il delicato compito di Maestro dei novizi. Uomo molto distinto nei modi di fare e di spiccate capacità artistiche. Meritava, e l’avrebbe forse sempre ottenuta, la fiducia del fondatore, se non avesse, troppo  incline all’adulazione, spesso vicina parente dell’ambizione, subito qualche influsso da ritenersi, senza dubbio, nefasto.
Tale fu l’influsso di un giovane religioso, D. Marie Antoine MOQUET, da poco ammesso nella Congregazione, e che, dopo piuttosto elementari studi fatti a Lyon, le circostanze favoriranno a tal punto da farne presto il principale artefice della cabala che metterà fuori gioco D. Gréa e annullerà la sua opera.
Dom Moquet, che a concrete capacità di intraprendenza e di costanza aggiungeva una grande e meritoria dedizione in infermeria, tuttavia il più delle volte, dietro apparenze fredde e riservate, nascondeva una tendenza all’intrigo e a segrete manovre.
Era legato a D. Delaroche da un profondo sentimento d’affetto e di ammirazione. Corrisposto da  questi con il tenerlo al corrente dei suoi modi di vedere e di pensare, ecc, e non facendogli mai venir meno la più sincera protezione e suoi favori.
Infatti nel 1896 D. Moquet fu nominato Maestro degli Scolastici cioè dei giovani religiosi che intraprendevano gli studi per poi essere ammessi all’anno di noviziato.
Nelle diverse cariche che venne chiamato a ricoprire anche simultaneamente, D. Moquet era quasi ossessionato dall’idea di riformare qualche aspetto dell’Istituto, suscitando delle divisioni al suo interno. Divisioni che, da semplice attestato di deferenza nei confronti di D. Delaroche  porteranno presto a sistematica denigrazione dell’intera originaria struttura, da cui solo D. Gréa, per il momento, ne era esente.
Verso di lui ancora nutrivano rispetto e accentuata deferenza, ma solo per accattivarsi chiaramente la sua simpatia di cui non potevano fare a meno, e mal tolleravano che la stessa fosse rivolta ad altri.
Con il passare del tempo questo tentativo di accaparramento che suscitava divisioni dette vita a un profondo malcontento da parte della stragrande maggioranza degli  anziani professi di St. Antoine. Per reprimere sul nascere un tale stato d’animo il R.mo Dom Gréa credette opportuno allontanare almeno momentaneamente uno dei principali protagonisti.
Pertanto nella primavera del 1899 pensò, per un istante, di inviare D. Delaroche in Canada, come superiore della casa di Nominingue. Ma, spiacente di privarsi di colui che considerava il suo braccio destro, dopo aver pregato e chiesto consiglio, decise di recedere dalla sua idea e gli affidò il noviziato.
Una lettera scritta da D. Delaroche in seguito a tale decisione, di cui provvidenzialmente se ne possiede l’originale, è alquanto significativa per capire la mentalità dell’autore.
«Votre lettre, écrit-il le 22 juin 1899, m’a rendu la confiance prète à m’échapper en ma mission de père maitre. Cette mission a été, comme je vous l’ai écrit, tant contredite contrariée par mes confrères, et parfois  si peu soutenue per notre saint et vénéré R.me qui veut ménager tout le monde – (c’est son devoir, je le reconnais) – que je touchais au découragement. Après la lecture de vos lettres et d’autres encor, notre R.me m’a témoigné en termes exprès le désir de me garder auprès de lui et de continuer ma mission pour la formation de la jeunesse de notre Ordre. Je me suis donc remis à l’œuvre avec plus de confiance ; mais ce n’est pas, je l’avoue, sans un regard de regret vers Nominingue, et sans une certaine crainte trop naturelle peut-être, des difficultés que je vais rencontrer. Ces difficultés, je ne les aurai plus guère de la part du vieux parti qui s’est illustré par sa lettre à l’abbé Santini. Se voyant découvert ces braves rentrent leurs cornes. De ceux là je n’ai à craindre que des taquineries sans importance.
Bien autrement redoutable, à mon avis, est un groupe de nos jeunes Pères, qui marchent ensemble comme un seul homme. Très dévoués en apparence à notre R.me ils ont su se glisser dans ses faveurs, et maintenant notre vénéré Père les met partout au pinacle et en fait ses conseillers intimes. Ils ont, je l’avoue, beaucoup d’habilité et de savoir faire ; mais je cherche en vain chez eux l’esprit surnaturel, le vrai esprit religieux. Ces hommes là je les ai toujours rencontrés en travers de mes efforts pour bien former notre jeunesse sur le patron des saints ; ceux-là sont arrivés au terme que j’ai pu préserver de leur influence…
Voilà le vrai danger pour l’avenir de notre Ordre, l’arrivée aux grandes charges et plus tard au gouvernement suprême d’homme de bel esprit et de talent incontestable, mais en qui personne ne saurait jamais découvrir ce qui fait les apôtres et les saints. Dieu aime assez notre Congrégation pour l’a préserver d’un tel malheur. Lui seul saura déjouer toutes les habilités et tous les calculs humains ».
Non suona per lo meno strana l’espressione con riferimento appena velato a certe preoccupazioni con il pretesto di rimproverare ad altri la mancanza di una visione soprannaturale? D. Delaroche stando a quanto sopra affermato e a quel sbarrare l’accesso a compiti più alti nonostante gli incontestabili talenti non sembra un po’ troppo mirare nel suo intento ad una prospettiva di supremo governo?!  
D. Gréa dopo aver preso la decisione di far rimanere P. Delaroche a St. Antoine, credette bene di fare a meno di D. Moquet. Sua intenzione era quella di inviarlo in Inghilterra, per mettere in atto un progetto di fondazione. Tutti per un certo periodo di tempo ritennero che D. Moquet si stesse preparando per la partenza. Il P. Delaroche invece, premeva fortemente su D. Gréa perché si aprisse una casa dell’Ordine a Roma di cui non se ne poteva più fare a meno e che D. Moquet avesse tutti i requisiti per una missione così delicata e importante.
Una volta presa la decisione fu per lungo tempo tenuta segreta e i preparativi condotti con grande discrezione . Si preparavano degli imballaggi, si faceva credere che si riempivano casse per l’Inghilterra, ma all’ultimo momento il tutto veniva spedito in Italia e prima della fine del 1899 i religiosi vennero messi al corrente, con loro sorpresa, che l’Istituto aveva una casa a Roma e che D. Moquet ne era il primo superiore.
Questa casa, un’elegante villa in via Trenta Aprile, sul Gianicolo, il cui scopo conclamato era quello di facilitare alcuni giovani religiosi nei loro studi di filosofia e teologia, presto si trasforma in un focolaio di intensa e sistematica opposizione all’opera di D. Gréa. Tanto da poter essere considerata come un’enclave dell’opera e il cui vero superiore, insieme a D. Moquet, altri non era che il Maestro dei novizi e priore claustrale dell’abbazia di St. Antoine.
Ora per un motivo ora per un altro, spesso, D. Delaroche si recava nella casa sul Gianicolo per accattivarsi simpatie. Ricopriva così bene il ruolo di superiore maggiore, che non contento di derimere senza opposizione alcuna questioni d’ordine materiale, riservava a sé, con il pieno consenso di D. Moquet, la soppressione completa di usi e costumi…
Quasi subito si passò gradualmente a diminuire gli obblighi penitenziali e liturgici dell’Istituto. Nel 1904 in questa casa si osservavano solo i digiuni e le astinenze obbligatorie per la diocesi di Roma. Quanto al mattutino su 15 o 18 religiosi solo 4 o 5 lo recitavano a mezzanotte. All’inizio del 1905, durante una prolungata permanenza al Gianicolo, dal 2 gennaio al 5 marzo, D. Delaroche soppresse completamente l’officio della notte, conservandolo solo per coloro che avevano ricevuto gli ordini sacri, e privatamente.
Non si può non riconoscere che in una casa di studi come quella di Roma e sotto un clima alquanto debilitante, si sarebbero dovute apportare modifiche alla regola. Cosa del resto già prevista dall’articolo 38 della regola di D. Gréa. Ma ve ne passa della differenza tra una sostituzione e un nuovo genere di vita. Del resto quanto meno i superiori locali avrebbero dovuto, qualora se ne fosse presentata la necessità, informare il Superiore generale, il Fondatore.
Tutte queste modifiche furono fatte e rese operative senza alcun preavviso al R.mo D. Gréa: “al massimo potevo pensare – ebbe una volta a dire – che si ricorresse a delle dispense nella casa di Roma previste dalla regola, ma nessuno mi aveva mai informato sulla lacunosità di una tale interpretazione, all’oscuro di tutto, pensavo che tutto procedesse con discreta regolarità”.
Nulla veniva intrapreso, senza previo consenso e diretta collaborazione, di colui nel quale D. Gréa aveva riposto una grande fiducia e di cui prendeva sempre le difese quando, cosa sempre più rara, contro di lui si levava una qualche critica…
Ma altro può essere aggiunto e il fatto che stiamo per segnalare da solo la dice lunga sulla piccolezza o meglio la mancanza assoluta di correttezza di certi espedienti a cui si faceva ricorso. Le volte in cui il Fondatore si trovava a Roma, questo accadeva una volta o due all’anno, la comunità si organizzava per riprendere le vecchie osservanze durante il suo soggiorno: officio della notte, astinenze in refettorio, almeno per coloro che a tavola sedevano vicino al Fondatore e questo per dare l’illusione che tutto procedesse nel modo migliore. Nel caso in cui la permanenza si fosse prolungata oltre il previsto coloro che ne subivano le conseguenze non se ne dolevano affatto.
Quale dunque il movente, non del modo di procedere, senza dubbio inqualificabile, ma di tutta questa manovra portata avanti in segreto? I loro autori remavano già contro quello che dagli stessi veniva definito il “monachesimo” di D. Gréa? Il loro progetto era forse quello di eliminare non solo nella casa di Roma, ma in tutto l’Istituto le vecchie osservanze? Per quanto impossibile possa sembrare, da indizi più che certi, deriva che tale era il disegno che nutrivano, anche se noto solo ai diretti interessati e che le circostanze avrebbero fatto sviluppare ed arrivare a piena attuazione.
Nel frattempo Pio X aveva ordinato la visita di tutte le comunità religiose di Roma. Il 5 marzo 1906 Mons. Luigi Morando, appena eletto arcivescovo di Brindisi, ma non ancora consacrato, fece visita alla casa del Gianicolo. Poco tempo ci volle per ascoltare la maggior parte dei religiosi, circa una quindicina, ma per gli intimi di D. Moquet, ci volle un tempo maggiore. Infatti un grande andirivieni, che contrastava con la calma degli altri, teneva costoro in continua efervescenza.
Grande era infatti la posta in gioco a seguito di questa visita apostolica e le loro lagnanze e recriminazioni dovevano godere dell’unanimità: la regola è impraticabile, è nociva alla salute, la S. Congregazione nel 1887 ha ritenuto bene non approvare le Costituzioni e ha chiesto che ne vengano presentate di nuove. Sono passati 20 anni e D. Gréa non ha fatto nulla sia perché contrario ad ogni cambiamento e sia perché la S. Congregazione non ne vuol sapere. Ci si trova pertanto senza costituzioni e per di più al di fuori delle norme e degli altri decreti della S. Sede.
Facile costatare l’effetto disastroso di lagnanze pesanti e ripetute da parte di una minoranza, senza che alcuno potesse fornire ulteriori spiegazioni e così smascherare il sofisma. Non sorprende quindi il fatto che Mons. Morando abbia autorizzato la comunità a seguire, almeno a titolo provvisorio, il regolamento introdotto da circa un anno, con la dispensa dalle osservanze e dall’alzata a mezzanotte. Il visitatore, in seguito, disse al Fondatore che era pregato di presentare a Roma al più presto le costituzioni definitive per ottenerne l’approvazione.
ecco un estratto del “Mémoire”, a cui dovremmo spesso far riferimento, e che quelli del Gianicolo ritennero bene far pervenire ad un vescovo – forse a molti vescovi di Francia – alla fine dell’estate del 1911.
« Le 5 mai 1906 eut lieu dans la maison du Janicule (Procure générale et maison d’études) la visite apostolique ordonnée par Pie X dans toutes les communautés de Rome. Le visiteur était le regretté Mgr Morando, mort archevêque de Brindisi. Il reconnut la régularité et le bon esprit des religieux, mais il trouva leur santé très éprouvée et leur constitutions lui parurent absolument insuffisantes. C’est pourquoi il inséra dans son rapport une note ainsi conçue : “ il visitatore apostolico giudica che la S. Congregazione dei vescovi e dei Religiosi debba presto chiamare a sé il Superiore generale invitandolo a presentare senza indugio le costituzioni perché siano prese in debito…” le 14 mars 1907 la S. Congrégation chargeait le procureur général D. Moquet de trasmettre au R.me D. Gréa l’ordre de présanter ses constitutions, ce qui fut fait le 2 avril ».
Il 2 aprile ebbe luogo tale presentazione, ma contrariamente a quanto sembra insinuare a questo punto l’autore del “Mémoire” con l’aggiunta di ad altre denigrazioni non meno false, la visita canonica della casa sul Gianicolo all’infuori dell’intervento del procuratore generale, non fece emergere nulla di nuovo. Come risulta da alcune lettere dello stesso D. Moquet scritte nel 1909 e fatte circolare poligrafate in diversi luoghi a sostegno della propria causa. Così infatti scrive:
« je recevais de la Congrégation, de dire au R.me Père de déposer ses constitutions au plus tôt. Je plaidai alors la cause du R.me en disant qu’on voulut bien me dispenser de faire cette commission, car il avait alors l’intention de les présenter sous peu ».
Sorgono ora degli interrogativi:
1° quale motivo avrebbe portato D. Moquet a considerare come una “corvée” il trasmettere al Superiore generale una tale “commission”  essendo lui procuratore generale?
2° perché si era lamentato della mancanza di costituzioni, pur essendo al corrente che D. Gréa stava per presentarle?
Altri interrogativi: con quale faccia si poteva continuare a sostenere a Roma che la regola di D. Gréa fosse nociva per la salute, quando già da molto tempo questa per loro era lettera morta?...
Era risaputo che D. Gréa era dell’avviso di presentare al più presto le costituzioni. Il ritardo della presentazione nulla aveva a che vedere con gli eventi della casa di Roma, che lo stesso D Gréa ignorava completamente. Altre furono le vere cause esterne che lo frenarono nel suo intento.
D. Gréa si trovava a Roma all’inizio del 1906 per assistere alla consacrazione dei 14 primi vescovi francesi eletti da Pio X dopo la rottura del concordato e che dovevano essere consacrati nella basilica di S. Pietro il 25 aprile. D. Gréa considerava questo evento un segno della restaurazione religiosa in Francia e secondo lui uno dei principali mezzi per tale rinnovamento consisteva nella diffusione della vita canonicale, obiettivo che aveva perseguito per tutta la vita. Era ancora preso da queste considerazioni quando, il R. P. Lolli, dei Canonici Regolari Lateranensi, consultore incaricato di esaminare le costituzioni, al momento dell’approvazione dell’Istituto nel 1887, gli parlò del grande credito di cui godeva la vita canonicale e lo incoraggiò a proseguire nel suo intento, cioè la restaurazione di questa vita secondo le antiche norme. Aggiunse inoltre: “non prendete come modello le nostre costituzioni riviste sulla base di quelle del XVII secolo, allorquando si era persa ogni idea sugli ordini estragerarchici.
Rinvigorito da queste considerazioni D. Gréa, nel febbraio del 1906, decise di presentare immediatamente le costituzioni. Rientrato ad Andora e rivisto per l’ultima volta il testo, per lungo tempo elaborato e che in una stesura solo apparentemente concisa, racchiudeva tuttavia la sostanza di altre costituzioni molto più voluminose, verso la fine del mese di marzo si rimise in viaggio verso Roma.
Come nelle visite precedenti D. Gréa ebbe a costatare che nella casa al Gianicolo la regola veniva fedelmente seguita; infatti, malgrado la dispensa ottenuta a seguito della visita di Mons. Morando, D. Moquet non aveva il coraggio di affrontare la giusta disapprovazione del fondatore ed era del parere di non far riprendere almeno ad una parte della comunità le antiche osservanze.
D. Gréa, prima di deporre le costituzioni nelle mani dei consultori della S. Congregazione, ritenne opportuno, per ben due volte, consultarsi con il R. P. Lolli. Lo stimato religioso, dopo aver avanzato alcune osservazioni sulla difficoltà tra le osservanze penitenziali e il ministero pastorale e il canto del mattutino nelle piccole chiese, continuò ad incoraggiarlo e gli dette inoltre alcuni consigli pratici sul come procedere nei riguardi della S. Congregazione.
Il Card. Vivès, protettore della comunità, che come sempre nutriva una grande stima nei confronti di D. Gréa, lo incoraggiò nel procedere alla stesura delle costituzioni, facendogli presente che non ci sarebbero state  difficoltà per l’esame delle stesse.
Quindi con le dovute garanzie il testo rivisto fu ufficialmente deposto presso la Segreteria della S. Congregazione dei Vescovi e dei Religiosi.
D. Gréa in tutti i suoi movimenti come in tutte le visite a cardinali e altri personaggi veniva accompagnato da D. Moquet. Nessuna sfiducia e nessuna opposizione costui lasciò trapelare in questa circostanza cosa che invece risulta dalla sua lettera poligrafata.
D. Gréa nei mesi  seguenti, all’oscuro di tutto, ma come sempre pieno di speranza, il 9 aprile scrive: « l’œuvre de Dieu, scrive, il 9 aprile, s’avance vers les dernières solutions, par l’approbation des constitutions que je viens de demander à Rome ». Riteneva che le costituzioni potessero essere approvate nell’arco dell’anno e pensava già alla convocazione di un capitolo generale per divulgarle e renderle operative. Tanta era la sua fiducia che non ritenne affatto necessario far seguire da qualcuno la sua causa a Roma. D’altronde non risiedeva forse a Roma il Procuratore, abituato alle cose del mondo e alla vita della città eterna, pronto a mettere al servizio della grande causa comune il suo zelo e la sua abilità…
La triste realtà fu invece che D. Moquet continuò a remare contro. Come si può vedere dalle lettere poligrafate e dal “Mémoire” sintomi di gravi difficoltà erano sorti all’interno della S. Congregazione subito dopo la consegna delle costituzione (…) un loro eventuale rifiuto ne avrebbe messo  in risalto un contenuto non appropriato e anche velleitario. “malheureusement” le costituzioni non si discostavano molto da quelle presentate vent’anni prima.
Il testo in latino che viene citato e di cui spesso quelli del Gianicolo si servono, come di un arma non solo difensiva, ma offensiva, è l’estratto di una lettera inviata al Vescovo di St. Claude, come anche il decreto di approvazione dell’istituto del 1887. In questa il segretario evidenziava i punti per i quali si chiedeva una più ampia stesura. In nessuna parte di tale lettera si faceva riferimento a modifiche da apportare o a correzioni propriamente dette, ma di aggiunte, il cui insieme avrebbe costituito una nuova redazione: “novam ac magis completam redactionem”. Il segretario, infatti, abituato a prendere in considerazione costituzioni di molte Congregazioni moderne ben più voluminose, stupito di fronte alle poche pagine che formavano le Costituzioni di D. Gréa, aveva espresso la sua ammirazione con un’espressione fantasiosa che D. Moquet continuamente ripeteva facendola passare come l’equivalente non solo di una critica, ma di un marchio d’infamia: “vix larvam prae se ferunt constitutionum”.
Una larva di costituzioni? Certamente, una larva, cioè un essere in formazione con tutte le sue funzioni essenziali e qualificanti, le quali altro non aspettano che circostanze favorevoli nel tempo per svilupparsi e mostrare tutta la loro perfezione…
Durante i 19 anni trascorsi dal 1887 diversi particolari erano stati rivisti senza per questo aumentare sensibilmente la portata materiale dell’opuscolo. D. Gréa, come era noto, non aveva ritenuto opportuno aggiungere capitoli di direzione generale e comuni a ogni vita religiosa, come anche numerose norme regolate dal diritto e la legislazione ecclesiastica. La sintesi era una sua caratteristica, e il suo stile conciso, denso insieme ad altre qualità gli avevano procurato elogi da parte di autorità come, per esempio, al mometo della pubblicazione del “L’église et sa divine constitution”, ma che nella fattispecie non erano sufficienti ad evitare le critiche basate più sul numero delle righe di un lavoro che non sulle idee in esso espresse.
Di fronte al malcontento e alle disapprovazioni sorte all’interno della Congregazione, così si esprimeva D. Gréa, quando per la prima volta ne fu messo al corrente il 13 luglio 1910: « cette lettre de D. Moquet est pour moi une étrange révélation et fabulation. Comment ce Père pouvait-il me laisser ignorer ces choses, alors qu’il était mon mandataire ? Mysterium iniquitatis et falsitatum. Nos constitutions n’avaient pas été rejetées en 1887, en meme temps qu’on approuvait l’institution ; on m’avait seulement demander de les compléter. En les présentant, je fis les additions demandées ; si elles n’étaient pas suffisantes, il n’y avait qu’a les signaler ; mais il n’y avait aucun motif d’irritation encore moins d’un procès en déposition, chose absurde ».
Ci dica l’autore del “Memoire”, ci dica D. Moquet: “chi è l’offeso che arriva a parlare di deposizione? Che ne faccia il nome, perché fino a prova contraria ci rifiutiamo di credere che anche una sola persona autorizzata, soprassedendo alla discrezionalità della curia romana si prestasse alle segrete macchinazioni di D. Moquet. Cosa inaudita. Circolavano voci secondo le quali le costituzioni di D. Gréa, ancora al vaglio degli esaminatori, erano state rifiutate. Mysterium iniquitatis et falsitatum.
Se alcuni personaggi della S. Congregazione sono rimasti sorpresi davanti alle costituzioni, che non si discostavano molto da quelle già presentate, il superiore del Gianicolo non può far finta di nulla e deve ammettere che sarà lui stesso a fomentare un clima avvelenato attribuendo al fondatore intenzioni di disobbedienza e di disprezzo. Suo obiettivo infatti era quello di far rifiutare le costituzioni di D. Gréa, che molto contrastavano con le nuove regole vigenti nella sua casa.
Il suo intento dichiarato: estendere all’Istituto intero la visita apostolica già in atto per la casa sul Gianicolo. Da un po’ di tempo, infatti, la parola d’ordine che circolava era quella di ritenere una tale visita necessaria per riportare ordine…ciò proverebbe che una tale iniziativa, tutt’altro che necessaria, non scaturiva tanto dalla Congregazione quanto invece dall’intento personale perseguito da D. Moquet e suoi seguaci. Is fecit cui prodest.
Al momento della visita (1906), affidata a due eminenti religiosi francescani, la Congregazione dei Canonici Regolari dell’Immacolata Concezione, era composta da 153 membri, di cui 73 preti; tre le case principali: Andora (Italia) con il noviziato, presso la quale risiedeva abitualmente il R.mo Superiore Generale; quella sul Gianicolo, a Roma, casa di studi e procura; quella di Notre Dame de Lourdes, in Canada, che dopo un avvio, meritevole di lode, ma modesto nel 1901…viveva un momento di prosperità religiosa e di regolarità esemplare.
Nell’insieme nessuna anomalia sembrava manifestarsi  nell’Istituto, anche se sarebbe esagerato sostenere che tra i suoi membri regnasse un’unanimità perfetta di intenti e di vedute.
Eccezion fatta della minoranza scismatica della casa di Roma, i cui capi da tempo nutrivano intenti di controriforma, bisogna ammettere che tutti, pur con diversità di vedute, rimanevano fortemente fedeli a D. Gréa.
Anzi alcuni, presi da entusiasmo e ammirevole rigore, condividevano a pieno anche i più insignificanti punti della regola…la maggioranza però, pur nutrendo una filiale venerazione per la persona del Fondatore, percepivano un certo malessere la cui causa la si può riscontrare in quel desiderio certamente legittimo, ma per nulla eversivo, di vedere l’opera alla quale si erano dedicati, più in sintonia con l’autorità ecclesiastica e che l’ideale canonicale nel suo contenuto essenziale poggiasse su solide basi, e meno prestasse il fianco a interpretazioni peregrine.
Con la visita non si voleva forse raggiungere un tale obiettivo? Alcuni, soprattutto coloro ai quali gli intrighi più o meno diretti di D. Moquet avevano fatto vedere questa visita come in  un offuscamento di un miraggio ingannevole, lo ritennero possibile. Altri, e non tra i meno fedeli, più tardi arriveranno ad ammettere, con grande umiltà, di aver lasciato trasparire dalle loro deposizioni scritte, una amarezza più intensa di quanta in verità ne avessero in cuore.
Pochi tuttavia furono coloro che ebbero l’ardire di sostenere nei loro desiderata una esposizione libera e diversa da quanto scritto nel “Memoire” e nelle lettere poligrafate di D. Moquet. Sappiamo per certo dai colloqui con gli stessi visitatori che il risultato dell’inchiesta, nel suo insieme, fu rassicurante e oltre le attese.
Ecco quanto, per esempio il 30 dicembre del 1909, da Roma scrive il rimpianto D. Al. Grospellier : « le cardinal Ferrara, Préfet de la Congr. Des Ev. Et des Rél. Vient de me parler avec satisfaction de la relation orale du R. P. Visiteur, tout à fait favorable au R.me Père Abbé, qui l’a beaucoup édifié ».
Una testimonianza ancora più esplicita la si può leggere in una lettera del R. P. Colomban-Marie, delegato per la visita alle case del Canada, del 12 novembre 1906, al momento di imbarcarsi per l’Europa: « Ce sera un bonheur pour moi de dire au R. P. Raphael la confiance, la soumission, le bon esprit, la cordialité avec lesquels j’ai été accueilli partout dans vos maisons. Votre attachement à l’Institut, je veux dire l’attachement de tous les vôtres a ce Institut, aux constitutions, aux traditions des anciens et à le personne même du vénéré fondateur sera également un sujet de consolation pour le Visiteur Apostolique ».
Come mai, conoscendo tutto questo, l’autore del “Memoire”, riprendendo testualmente le parole delle lettere di D. Moquet, ha potuto scrivere: « cette visite où tous les religieux purent parler librement, révéla dans l’Institut un état auquel la S.te Eglise devait porter remède ».
Certamente singolare  questo modo di porre “rimedio” che per guarire un organismo arriva a distruggerlo, senza aver prima cercato una strada del tutto diversa.
Intanto, il lavoro di scavo, a Roma veniva portato avanti subdolamente e segretamente, in perfetta sincronia con la visita. Tuttavia qualcosa ogni tanto trapelava, infatti il mese di settembre del 1906, mentre ad Andora si celebrava nella gioia il giubileo sacerdotale di D. Gréa, si venne all’improvviso,ma anche un po’ per caso, a sapere che D. Delaroche, solo da poco partito per il Perù, stava sulla via del ritorno…
D. Moquet, ad Andora per la festa, visibilmente imbarazzato e indignato per il diffondersi della notizia, altro non seppe rispondere a D. Gréa, completamente all’oscuro e sorpreso per la  cosa, che tutto era dipeso dalla Segreteria di Stato…
Ma il “Memoire” precisava che il motivo di quel rientro era dovuto all’iniziativa del Procuratore perché D. Delaroche potesse fare la sua deposizione durante la visita canonica…! Ma perché, essendo ormai il vero motivo di un tale ritorno conosciuto da tutti, rivestirlo di mistero? Perché lo si era così accuratamente tenuto nascosto al superiore generale?
Gli avvenimenti a seguire ce ne forniranno le risposte.
Il 24 novembre, infatti, D. Delaroche giunto ad Andora vi restò solo quel tanto che era necessario per mettere totalmente al corrente D. Gréa della situazione in Perù, ma glissò sul vero motivo del suo precipitoso rientro e ancor più sulla fretta del suo essere a Roma al più presto.
In verità, la vera urgenza era dovuta al fatto, che una volta insieme nella casa sul Gianicolo, si sarebbero immersi in un minuzioso lavoro di redazione facendo incetta di norme, di decreti recenti e di altri esemplari di costituzioni di ordini religiosi moderni.
Quale l’intento di tanto intenso lavoro? Correvano voci che si trattasse di un totale rimaneggiamento  delle Costituzioni del fondatore in modo, così dicevano i ben informati, di armonizzare le regole dell’Istituto con numerosi punti del Diritto Canonico dimenticati o « violé par D. Gréa…». Ma secondo altri seri indizi si è portati a pensare che i due collaboratori già da molto tempo stavano redigendo una sorta di “Mémoire” sulla scorta di fatti accaduti, veri o falsi o semplicemente supposti contro il modo di governare del Reverendissimo.
Il fatto è che durante le sei settimane di lavoro in comune, i due redattori per assicurarsi non solo consigli, ma soprattutto solidi appoggi, non disdegnarono di effettuare un certo numero di visite. Al momento opportuno, senza ulteriore indugio, si verificò la grande esplosione: 26 gennaio 1907.
Si trattava nientemeno che del Decreto emanato dalla Congregazione dei Vescovi e dei Religiosi stando al quale il R. P. Delaroche veniva a rilevare il R.mo D. Gréa nel governo dell’Istituto, con il titolo di Vicario Generale e con la nomina del R. Antoine Moquet a primo assistente…
Unico il motivo indicato nel Decreto per l’inattesa presa di posizione: l’avanzata età del Reverendissimo, che non avrebbe potuto più sopportare le fatiche di un incarico fin qui validamente svolto (“ea sollecitudine ac virtuteque hactenus praestiti”) e favorire (“peropportunum”) così la nomina di uno dei suoi figli per essere iniziato, ancora lui vivente, al governo dell’Istituto. Prima della pubblicazione del Decreto, l’eminentissimo Prefetto della Congregazione, card. Ferrara, volle personalmente darne notifica al R.mo D. Gréa, non mancando di far presente ( udienza del 22 febbraio) che la Congregazione con il designare quale Vicario: « l’homme de sa confiance, son bras droit, etc, etc… » non aveva fatto altro che interpretare le intenzioni e gli interessi dello stesso fondatore.
Sul Gianicolo circolava invece una diversa versione dei fatti: il R.mo si sarebbe fortemente opposto al Decreto e avrebbe anche lungamente discusso con il card. Prefetto, tanto da scandalizzare il segretario della S. Congregazione, che era presente…
Ma secondo, una dichiarazione scritta dello stesso R.mo si trattava di « pur mensonge et absurde ». Menzogna, possiamo aggiungere, che risulta, con chiarezza, dal testo stesso del Decreto, che, accompagnato da spiegazioni lenitive dello stesso Cardinale, non fu da D. Gréa compreso in tutta la sua portata, come testimoniato dalla lettera circolare che ritenne opportuno in tale occasione indirizzare ai religiosi dell’Istituto. Lettera da cui non  traspare la pur minima ombra di amarezza, ma che anzi è espressione di un cuore pieno di riconoscenza…, tanta infatti era in quel frangente l’illusione e la persuasione che portava a far ritenere che il Decreto non fosse altro che una ufficializzazione della nomina di D. Delaroche a vicario generale.
In verità, nonstante questa delucidazione che il superiore della casa al Gianicolo si era affrettato a comunicare alla comunità, nel Decreto D. Delaroche era nominato non vicario generale del R.mo per un essere a lui di aiuto, ma vicario da parte del Papa, si trattava pertanto di una destituzione.
Per il momento l’unico documento ufficiale in circolazione, o meglio indizio ufficioso di quanto accaduto, era costituito dalla circolare del R.mo D. Gréa. Alcuni presero per buone le parole rassicuranti del fondatore, mentre altri, sospettando il vero orientamento che si nascondeva sotto le trame subdolamente ordite, erano preoccupati e sul punto di avanzare delle richieste di chiarificazione, quando apparve una seconda circolare, ma questa volta non del R.mo ma del Vicario generale, con contenuto molto diverso da quello della precedente.
In questa, infatti, facendo riferimento alla precedente circolare del R.mo P. Abate, a cui la S. Sede concedeva “un relativo e ben meritato riposo” l’autore aggiungeva che la stessa autorità apostolica gli imponeva “la croce del superiorato”, croce che “abbraccia con timore, ma anche con fiducia”. Nella stessa si notifica che la sua residenza ordinaria era a Roma, “in conformità a quanto previsto per gli ordini religiosi” e che secondo quanto richiesto dal Decreto del 26 gennaio 1907, godeva dell’assistenza di quattro consiglieri, di cui fa i nomi. Il primo fra tutti naturalmente quello di D. Antoine Moquet e a seguire gli altri tre, scelti tra i più anziani, che meglio avrebbero fatto se avessero declinato la nomina.
Con ciò ogni incertezza veniva a cadere. Ma quale il vero tenore del testo del Decreto apostolico, che aveva prestato il fianco a interpretazioni diverse? Dietro richiesta di molti, il testo venne finalmente reso noto, suscitando, per la sua chiarezza, un grande sussulto di stupore.
Nell’Istituto si era d’accordo e si desiderava un intervento da parte di Roma per concedere un aiuto a D. Gréa nell’esercizio del governo, ma nessuno pensava ad un suo allontanamento con tanto di ben servito. Grande sorpresa, inoltre, suscitò in molti il fatto che, essendo in gioco la successione del loro superiore, ai Canonici Regolari non fosse stato richiesto un loro parere.
A seguito di ciò, da parte dei figli, deferenti al padre, il minimo che ci si poteva aspettare – cosa che in verità accadde – fu una unanime protesta che pur rispettosa e dolorosa nella forma non sminuì la forza della loro legittima rivendicazione. Nessuna colpa può essere fatta ricadere su di loro e meno ancora elevarla a pretesto per nuove invettive.
Cosa , invece, che puntualmente accadde. Infatti colui che risiedeva al Gianicolo, sorpreso dalla valanga di proteste, alcune accompagnate da lettere di vescovi, secondo una tattica non nuova e sempre riproposta, corse ai ripari con un nuovo e più categorico Decreto della Congregazione in data 8 maggio. « l’unique et suprême Supérieur général, y était-il solennellement déclaré, celui à qui seul appartient le gouvernement de l’Institut, est le Vicaire général D. Augustin Delaroche… », a D. Grèa veniva riservato, la preminenza e il diritto, in alcuni casi ben precisi, di un suo parere con valore puramente consultivo e non inficiante decisioni già prese.
Nello stesso decreto si richiamava il Vicario generale all’obbligo di presentare alla S. Sede quanto prima le costituzioni dell’ordine per una loro approvazione, non senza previa correzione: “emendandis justa animadversiones expresse traditas et normas pro similibus Instituti typis editas”.
La gravità di tali parole lasciano intendere che la Congregazione stava ancora aspettando la presentazione delle Costituzioni con i dovuti emendamenti richiesti.
Eppure, come sopra evidenziato, D. Gréa non solo aveva portato a termine un tale lavoro, ma, in data 3 aprile, ne aveva deposto un esemplare presso la Segreteria della Congregazione. Che ne era stato? D. Gréa ne venne a conoscenza molto tempo dopo direttamente dal rev. Consultore, mons. X, vescovo emerito di Siracusa, al quale la Congregazione aveva affidato il compito di visionare le Costituzioni. Si venne a conoscenza che questi aveva redatto un rapporto, ma poi…tutto scomparve nel nulla…!
In tutto ciò sorprende il fatto che al diretto interessato, D. Gréa, non fu fatta pervenire in nessun modo notizia alcuna in riferimento al lavoro presentato. Si potrebbe perfino supporre che il rapporto del rev. Consultore non sia mai arrivato ai membri della Commissione chiamati a decidere. Se vero, come tutto spinge a credere, come non provare tristezza per siffatto modo di procedere?
Irregolarità? Purtroppo si possono verificare basti pensare alle abbazie di Solesmes e di Lérins, anche se in seguito la Congregazione, dopo un primo momento di incertezza, seppe ben riconoscere da quale parte pendesse il piatto della verità e della rettitudine.
Di fronte ad un decreto ufficiale della S. Sede non possiamo che fare nostro il detto: “Parole du pape parole de Dieu”.
Pertanto, senza attardarci su riflessioni e rimpianti, che per nulla al mondo, vorremmo venissero interpretati come recriminazioni, proseguiamo semplicemente nell’ esposizione degli avvenimenti, che continuarono a svolgersi, sotto la spinta e l’attento controllo di quelli del Gianicolo.
D. Gréa avrebbe potuto facilmente rassegnarsi al fatto di non essere più alla testa della Congregazione da lui fondata, ma non poteva chiudere gli occhi su quanto a Roma avveniva intorno alla revisione delle Costituzioni perché ne andava di mezzo dell’esistenza dell’opera, da lui concepita e realizzata.
Si rivolse quindi al Card. Vivès, protettore dell’Istituto, per chiedere che fosse ascoltato. Questa la risposta incoraggiante del Card. – lettera del 13 giugno 1907 – “francamente fare tutte quelle osservazioni e postulare desiderata suoi, come Fondatore venerato della sua Congregazione”.
Nonostante ciò il lavoro e l’esame delle Costituzioni elaborate da quelli del Gianicolo, continuava nella sua marcia misteriosa, ignorando ogni utile intervento di D. Gréa.
A dire il vero durante un suo soggiorno a Roma nel maggio del 1908 gli vennero fatte pervenire alcune annotazioni, sotto segreto, e con l’ingiunzione di inviare sue osservazioni per scritto entro otto giorni. Ma preso atto della differenza tra queste Costituzioni e le sue, non ritenne opportuno fare altro che riassumere, ancora una volta, in poche righe, lo scopo del suo istituto, il regime o governo, e la correttezza delle sue cosiderazioni.
Sperava ancora che la Congregazione, a conoscenza del suo Memoire, avrebbe avanzato la richiesta di un suo intervento chiarificatore o di una sua personale presenza. Non gli venne neppure concesso di sentirsi dire che non se ne sarebbe fatto nulla e tutto cadde nel dimenticatoio.
La motivazione sta nel fatto che la S. Congregazione si era già pronunciata nel merito nella seduta del 27 aprile, adottando all’unanimità le conclusioni presentate dal  relatore R. P. Esser, conclusioni che suonavano come un autentico verdetto di morte non solo quanto al lavoro di D. Gréa, ma anche per quello che gli artefici del Gianicolo avevano cercato di far passare sotto sembianze più moderne.
Il relatore e con lui la commissione dei dieci membri, partendo dal presupposto che un istituto non poteva contemporaneamente perseguire due finalità principali erano giunti a concludere che i Canonici Regolari non potevano simultaneamente dedicarsi al servizio di Dio e a quello del prossimo e che pertanto, avendo dato grande importanza al canto dell’officio canonicale, dovevano rinunciare al servizio delle parrocchie.
Quindi ogni loro casa, proprio per dare all’officio divino tutta la sua dignità, non poteva comprendere meno di dodici religiosi.
Inoltre, essendo religiosi a voti semplici, i membri di questo istituto non potevano fregiarsi del nome di Canonici Regolari, ma solo Canonici…dell’Immacolata Concezione.
Pur con il dovuto rispetto, una tale decisione ci sorprende non poco. Il solo modo per giustificarla è il presupporre che i reverendi Consultori si siano imbattuti in costituzioni del tutto diverse da quelle degli antichi ordini canonicali.
La storia, infatti, insegna che la vita dei Canonici Regolari ha come costitutivo naturale il servizio dei fedeli nel ministero delle chiese e la lode di Dio nella preghiera pubblica o officio canonicale. Tutto questo per i Canonici Regolari non significa perseguire due finalità distinte, e per di più incompatibili, dato che l’obbligo quotidiano della preghiera liturgica deve essere considerato parte essenziale e elemento soprannaturale necessario per il ministero delle anime.
Queste le costanti dei canonici regolari di tutti i tempi. Già il clero regolare d’Ippona sotto la guida di S. Agostino, loro legislatore, esercitava tutte le funzioni proprie del clero ordinario, con l’apporto della vita religiosa.
Soprattutto il R. P. Esser non poteva, figlio stimato di S. Domenico, essere all’oscuro di quanto sopra. La sua decisone potrebbe avere come retroterra una strana confusione dovuta al testo ibrido delle costituzioni a lui sottoposte in esame.
Quelli del Gianicolo, presi dalla preoccupazione di combattere il “monachesimo” di D. Gréa, si erano dati da soli la zappa sui piedi.
Infatti venendo meno il servizio delle parrocchie, fonte unica di risorse, si poneva il problema di come costruire e sostenere case numerose, con l’unica risorsa derivante  dal canto dell’officio divino. Questione, data la posta in gioco, oltremodo inopportuna e per di più rivelatrice – lo stesso “Memoire” ve ne fa riferimento – di  una visione filosofica materialista.
Ancora oggi, aveva scritto D. Moquet, nelle sue lettere poligrafate (8 febbraio 1909), non trovo altra spiegazione, riguardo al voto della commissione, all’infuori di quella che volevano liberarsi di noi.
La nostra esistenza era lasciata alla buona discrezionalità del Card. Protettore.
Infatti solo un suo intervento avrebbe potuto, a questo punto, avere una qualche efficacia. Fu così che, dietro richiesta dei superiori del Gianicolo, il Card. Vivès ottenne dalla Congregazione, la revisione di tre punti fondamentali per mantenere in vita l’opera: il nome di Canonici Regolari – nomen non rem –; il servizio nelle parrocchie e l’obbligo che in ogni casa risiedessero tre religiosi.
Ve ne corre da quanto, secondo tradizione, è costitutivo di un istituto religioso. Tuttavia gli istigatori del Gianocolo se ne ritennero soddisfatti e soprattutto riconoscenti per aver ottenuto con l’intervento del Card. Vivès quello che d’ora in poi considereranno come una loro opera.
D. Gréa, ancora una volta, venne tenuto con dovizia all’oscuro di tutto. Era solamente a conoscenza del fatto che, secondo la piega generale manifestatasi in seno alla commissione, non sarebbe stato compreso il genuino senso del suo istituto. Ritenne così opportuno, per meglio rendere esplicito il suo pensiero, ricorrere personalmente al Sommo Pontefice.
Gli fu concessa, in situazioni quanto mai negative, udienza. Troppe le persone in attesa e l’intrattenimento, necessariamente breve, non andò oltre i convenevoli, forse anche per un previo intervento di qualche influente personalità sul Pio X: il Papa nutriva grande fiducia nel Card. Vivès: « qui est pour vous et pour votre institut, dit-il, un valoroso protettore ».
Verosimilmente lo stesso Eminente Protettore aveva messo al corrente il Santo Padre delle conclusioni del Relatore, del voto della Commissione, e anche del suo stesso intervento per modificare conclusioni e voto perché l’istituto potesse continuare ad esistere.
Pio X aveva, quindi, tutte le buone ragioni per presentare il Card. come un « vaillant protecteur » e D. Gréa, non immaginando che una tale “protezione” andava tutta in favore del neo-istituto, e quindi contro di lui, invece di gridare il proprio dolore di fronte al Sommo Pontefice, con riconoscenza e senza restrizione alcuna condivise quelle affermazioni.
Solo pochi giorni mancavano all’approvazione definitiva delle nuove costituzioni, volute dal Card. Vivès, quando pervennero a Roma, soprattutto dal Canada, una gran quantità di petizioni, alcune anche da parte di vescovi, di protesta contro le modifiche apportate alle regole dettate da D. Gréa e si richiedeva il ripristino del testo integrale delle sue costituzioni.
Questo quanto riportato anche nel già citato “Memoire” degli innovatori, dimostrando così di ignorare completamente quanta fosse la distanza tra la loro opera e le aspirazioni di un gran numero di religiosi e anche di eminenti prelati amici di D. Gréa.
A nulla servirono le migliori argomentazioni e le più alte raccomandazioni venute dall’esterno.
Così ebbe a scrivere il 21 dicembre 1907 il Card. Arcivescovo di Reims: “il mio intervento avrebbe potuto solo giocare in favore di alcuni trasferimenti, nei confronti sia di D. Gréa che di alcuni soggetti dell’Istituto. Quella era ormai la sostanza delle costituzioni il cui testo definitivo era stato già promulgato”.
Il Decreto di approvazione delle nuove costituzioni porta invece la data del 10 ottobre 1908, con la clausola ordinaria “ad septennium”. Un esemplare, con lettera di promulgazione del Card. Vivès, fu fatto recapitare a D. Gréa a Parigi. Questi pur prostrato, si rassegnò, tanto che dopo pochi giorni, trovandosi da Mons. Sevin, vescovo di Chalons, nella circostanza vero angelo custode, fece pervenire al Card. Vivés la seguente lettera, breve, ma, secondo lo stile che contrassegna l’autore, più che esaustiva: « Votre Eminence ne peut douter de ma soumission, mais je ne puis lui dissimuler que par les nouvelles constitutions est abolie, dans ses points essentiels l’œuvre à laquelle je suis voué depuis cinquante ans. Je me retire dans la prière et le silence ».
Queste parole decretano la fine di tutto, ma D. Gréa, pur dolorosamente rassegnato dinnanzi alle rovine della sua opera, non rinunciò mai a sperare in tempi migliori.
Questa speranza non venne in lui mai meno. Qualcuno dei suoi avversari la interpreterà come un atteggiamento di amarezza e di recriminazione. In tutto ciò D. Gréa non perse la sua devozione verso la S. Sede, invitando tutti alla fiducia e alla pazienza. In una sua lettera del 12 luglio 1911 scrive: « ne sont là les trois sentiments qui sont pour nous la réponse que Dieu attend de nous à la grâce de la croix présente ».
Ahimè! Un certo numero di sacerdoti anziani, persa la speranza di un auspicato ripensamento e ritorno alla purezza originale e alla ragion d’essere dell’istituto, anche se non dettagli, piuttosto che far parte solo esteriormente della nuova organizzazione, preferirono affrontare i rischi e le incertezze di una dolorosa secolarizzazione.
Molti, sempre legati nel più profondo del loro animo ai ricordi di una vita passata, ricordi, che per alcuni, erano strettamente legati a quelli della loro formazione clericale, anzi della loro infanzia, rimasero profondamente uniti a D. Gréa, condividendone i ricordi, e all’occasione per nulla muti dinnanzi ai nefasti avvenimenti accaduti, causa della loro rovina in terra e della loro vita ormai spezzata.
Altri, soprattutto i padri residenti nell’arcidiocesi di St. Boniface, in Canada, dopo tentennamenti, non volendo rinunciare alla perfezione religiosa, decisero di seguire una strada più efficace per il loro ricorsi a Roma e sottoscrissero una supplica per domandare: « premièrement et principalement la grâce de pouvoir continuer à observer la règle de leur vénérable fondateur ; secondement et subsidiairement la faculté de retourner sous l’autorité de ce fondateur, ou sinon de passer sous la juridiction exclusive de l’Ordinaire, comme les chanoines réguliers des douze premiers siècles ».
La suppliva era indirizzata al Card. Vivès, in quanto Protettore dell’Istituto, e…dal 1 novembre1908 Prefetto della nuova Congregazione dei Religiosi, che per i religiosi prendeva il posto della Congregazione dei Vescovi e Religiosi.
La Congregazione dei Religiosi emise un Decreto in data 7 gennaio 1909 contenente un netto rifiuto di tutte le richieste, in uno stile che non ne allevia l’effetto doloroso.
Nel Decreto, tra l’altro, si ingiungeva ai segnatari della supplica di non rivolgersi a Roma con simili ricorsi e di non più tornare sulla questione.
D. Delaroche, nel mese di ottobre dell’anno seguente, fece visita alle casa della provincia del Canada, dove D. Benoît aveva continuato a mantenere viva una forte impronta della vita religiosa con tutte le tradizioni dell’Ordine. Ebbe, come sempre, verso tutti, in modo particolare verso D. Benoît, atteggiamenti di grande affabilità e arrivò perfino a promettere che a Roma avrebbe appoggiato il suo desiderio di ristabilire diverse delle antiche disposizioni.
In questa circostanza come già D. Gréa anche D. Benoît, illuso dalle promesse farcite di belle parole, e certo dell’inatteso sostegno del Vicario generale, non esitò ad avanzare una nuova richiesta tramite D. Delaroche in qualità di intermediario e questa volta, almeno così sembrava, di avvocato presso la Congregazione.
« Donnez moi seulement trois lignes…honnête homme, disait jadis un Machiavelli quelconque, et je me charge de le faire pondre comme un vil scélérat ».
Cosa si sarebbe dovuto aspettare ora D. Benoît dall’invio di queste riflessioni a D. Delaroche?
Senza dubbio nelle condizioni in cui agiva, sotto copertura del suo Superiore e seguendo la linea gerarchica, pensava di aver fatto un uso del tutto regolare del diritto di supplica…a Roma. Invece, fu giudicata come formale disubbidienza a “l’abstineant” del precedente decreto e questa volta al posto di una risposta motivata si dette seguito a una serie di misure repressive, da cui ci permettiamo di dissentire.
Tali misure furono promulgate sotto forma di lettera del Card. Vivès del 12 gennaio 1910, indirizzata a D. Delaroche, con l’obbligo di farla rispettare:
1. la casa di Notre-Dame de Lourdes non doveva più godere del titolo e dei privilegi di casa maggiore
2. gli studenti, i novizi e altri ancora presenti in questa casa dovevano essere allontanati e trasferiti in altro luogo
3. il “prete” D. Benoît veniva deposto dalla sua carica di superiore e dichiarato inabile a ricoprire qualunque superiorato.
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Stando così le cose. Lo stesso D. Benoît si ritirò nel silenzio e nella preghiera in una semplice e accogliente casa, sua stabile residenza, a St. Leon, parrocchia del Manitoba.
Là si dedicava alla messa a punto di una sua impegnativa opera, elaborata facendo ricorso a sicure fonti della storia della Chiesa, agli insegnamenti e direttive promulgate nella collezione sui concilî: “La vie des clercs dans les siècles passés"  .













































 
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