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biografia - canonici regolari

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scritti su Gréa


Dom Adriano Gréa  e i Canonici Regolari nella Chiesa particolare

PREFAZIONE



Il presente lavoro scaturisce da una duplice esigenza: quella di dare una risposta alla domanda: chi sono, per il Gréa, i Canonici Regolari nel contesto della chiesa particolare; - esigenza magistralmente sintetizzata nella lapidaria espressione di Tertulliano: "E’ necessario che ogni cosa risalga alle sue origini" e formalmente espressa dal Concilio Vaticano II nel documento sulla vita religiosa: "L’aggiornamento della vita religiosa comporta il continuo ritorno alle fonti di vita cristiana e allo spirito primitivo degli istituti e nello stesso tempo l’adattamento degli istituti stessi alle mutate condizioni dei tempi", – e quella di fornire una prima, se pur sommaria, informazione a quanti in Italia poco o niente affatto conoscono della vita e dell’opera "di quest’uomo di Dio e di questo grande servitore della chiesa".Tale ricerca, che non avanza pretesa alcuna di carattere storico critico, viene sviluppata su tre livelli.Un primo livello presenta una panoramica necessariamente molto breve della storia dei Canonici Regolari lungo i secoli della chiesa.Un secondo è costituito da una traduzione integrale della biografia su don A. Gréa, scritta da un suo grande amico e collaboratore, mons. Grévy. Biografia preferita a quelle più specialistiche e particolareggiate di F. Vernet e di don Paul Benoît, non tanto per la sua brevità, quanto, soprattutto, per la sua immediatezza e spontaneità.Un terzo livello, dove a mo’ di conclusione, si cerca di mettere in evidenza l’originalità del pensiero del Gréa sui Canonici Regolari all’interno della chiesa particolare, quale sembra emergere dalla sua magistrale opera sulla chiesa: "De l’Eglise et de sa divine constitution", nonché la sua visione della liturgia e un fugace accenno alla dottrina sull’episcopato collegiale.Di grande e determinante aiuto nella stesura di queste scarne pagine sono stati studi di carattere generale e specifico. In modo particolare: "Dictionnaire d’archéologie chrétienne et de liturgie, vol. II, parte I, voce chanoines, pp. 224-248"; "Catholicisme, vol. II, voce chanoines, pp. 900-912"; dom H. Vissers (canonico regolare della Congregazione del Laterano), Vie canoniale, Roma, 1952; p. Bruno Mori (canonico regolare dell’Immacolata Concezione), Il contributo di Dom A. Gréa allo sviluppo della dottrina teologica sull’episcopato collegiale e la chiesa particolare, Roma, 1971 (tesi discussa per la laurea in teologia presso la Pontificia Università Urbaniana).


p. Tarquinio Battisti



Sintesi di un lunga storia

Uno sguardo nei secoli


Il termine "canonico", etimologicamente preso, significa: inserito in una lista, in un "canone" di una chiesa. Dai primi secoli dell’era cristiana con tale termine si fa specifico riferimento ai chierici che, in quanto tali, figurano nei registri ufficiali e sono al servizio di una chiesa con a capo un vescovo. Con questo significato lo si trova impiegato nei concili di Antiochia (341; can. 2,6,11), di Calcedonia (451; can. 2), in Trullo (692; can. 6), che parlano dei chierici iscritti nel canone, nella matricola di tale o talaltra chiesa. In occidente, il concilio di Clermont del 535 (can. 15) decreta che il sacerdote o il diacono che non sono "canonici" nella città residenza del vescovo né nelle parrocchie di campagna, ma dimorano in territori isolati ed esercitano funzioni religiose nelle cappelle ivi costruite, devono, nelle feste principali dell’anno, recarsi nella città episcopale per celebrare con il vescovo. I sacerdoti o diaconi, quindi, che esercitano in tali cappelle non sono considerati "canonici", lo sono solo i chierici alle dipendenze di una chiesa (cattedrale o parrocchiale). Il concilio di Orleans (538; can. 11) ci riporta che, se dei chierici, sicuri per la protezione di qualche persona importante, sono negligenti nell’adempimento dell’incarico loro affidato, saranno cancellati dal numero dei "canonici" di quella chiesa e non verrà concesso il contributo (stipendia) loro spettante dagli introiti della chiesa stessa. Il concilio di Tours (567; can. 19) sembra distinguere i "chierici" dai "canonici". Infatti impone all’arciprete rurale di essere accompagnato nei suoi spostamenti da un chierico o da un canonico che controllino il suo comportamento. Il "chierico" forse è un laico al servizio della chiesa. Il "canonico" è un chierico inscritto nel registro del clero. Verso la fine del VI secolo il termine "canonico" assume un significato nuovo. Il "canonico" è colui che conduce una vita in comune con il vescovo della città. Gregorio di Tours più volte fa accenno alla "mensa di canonici" intorno alla quale si trova riunito il clero di Bourges e quello di Tours. La casa dove vivono i "canonici" presto viene chiamata "monastero". Tuttavia ciò non deve portare a confondere i "canonici" con i "monaci" che rimangono tra loro ben distinti, come mostrano gli statuti di S. Bonifacio (680-755) e il concilio di Vernon (755). Fino a questo momento netta è la distinzione tra l’ "ordo canonicus" e l’ "ordo regularis". Quando i chierici al servizio di una chiesa (i canonici) hanno cominciato a praticare la vita comune? E’ difficile dare una risposta. Due esperienze, tuttavia, meritano di essere brevemente ricordate e che il Gréa ben conosceva: quella intrapresa da S. Agostino e quella realizzata da S. Eusebio da Vercelli. Verso la fine del 388, ritornato a Tagaste, Agostino vi fondò un monastero. Questa comunità, formata da laici, poco si differenziava da quelle che Agostino aveva conosciuto a Milano e a Roma. Infatti dopo aver venduto i pochi beni che possedeva, ne distribuì il ricavato ai poveri ed insieme ad alcuni amici, che lo seguivano, tra cui Alipio, Evodio e Adeodato, fuori dalla città, si dedicò alla preghiera e allo studio. Così ce lo descrive Possidio, vescovo di Calame: "vi dimorò circa tre anni e insieme a quelli che lo avevano seguito viveva per Iddio nei digiuni, nelle preghiere e nelle buone opere, meditando giorno e notte la legge del Signore; e delle virtù che Dio rivelava alla sua intelligenza nella meditazione e nell’orazione egli faceva parte ai presenti e agli assenti, ammaestrandoli con discorsi e con libri". Lo scopo di tale comunità era il "deificarsi…nell’ozio", conducendo una vita di raccoglimento e di intensa e profonda contemplazione. Ordinato sacerdote nel 391 e incardinato nella chiesa di Ippona, il vescovo Valerio gli concesse un orto presso la chiesa per edificare un monastero. La norma fondamentale di vita di quel monastero era quella di imitare la primitiva comunità di Gerusalemme. Possidio, per un certo tempo membro di questa comunità, così scrive: "fatto dunque presbitero, non tardò ad istituire presso la chiesa un monastero e prese a vivere con i servi di Dio secondo la maniera e la regola stabilita ai tempi dei santi Apostoli. Norma fondamentale era che nessuno in quella società avesse qualcosa di proprio, ma tutto doveva essere comune, e a ciascuno venir distribuito secondo il bisogno. Ciò che egli aveva fatto già prima ritornando d’oltre mare al suo paese". Era un monastero di laici che non escludeva la presenza di sacerdoti. Fin dall’inizio, infatti, c’era almeno un religioso sacerdote: Agostino. Questo monastero resterà l’espressione più alta e più pura del suo ideale, dove Agostino unì, per la prima volta, alla vita religiosa il sacerdozio. Consacrato vescovo nel 395 il monastero subì una nuova modifica: "Giunto all’episcopato vidi la necessità per un vescovo di offrire continuamente ospitalità ai visitatori, alla gente di passaggio: se un vescovo non facesse ciò, si acquisterebbe la nomea di inospitale; ma se io avessi permesso queste cose nel monastero, sarebbe stato un grande inconveniente. Per questo ho voluto avere con me nella casa dell’episcopio un monastero di chierici". Quindi in S. Agostino si possono distinguere tre stadi ben diversi l’uno dall’altro. A Tagaste un ricordo di Cassiciaco, di Milano e di Roma, un semplice preludio al quale si associano Alipio ed Evodio. A Ippona conducevano una vita e, forse, svolgevano un ministero pubblico. Infatti, vicini alla chiesa, i confratelli, con ogni probabilità, dovevano colà riunirsi e celebrare il culto insieme al presbitero Agostino, loro superiore e con Valerio, loro proprietario. La successiva consacrazione di Agostino a vescovo dovette dare una fisionomia ben precisa al gruppo, prima non ancora del tutto definito. Agostino stesso esplicitamente denomina questo monastero: "monastero dei chierici". Significativa ancora una volta la testimonianza di Possidio che, pur dando il nome di "monastero" alle comunità che man mano si adeguarono all’esempio di Agostino, mai chiama "monaci" coloro che ne fanno parte, ma sempre e solo "chierici", e li presenta come chierici che vengono formati per ricevere gli Ordini Maggiori e che a volte raggiungono l’episcopato. Al fine di conoscere quale fosse l’ordinamento e la disciplina del "monastero" dei chierici di somma importanza sono i discorsi 155 e 156. Se il monastero episcopale di Ippona e quanti da questo derivati sono chiaramente "monasteri di chierici", in altri vi si costata una compresenza di elementi monastici. Per esempio: il monastero di S. Martino a due miglia dalla città episcopale non era un monastero di chierici. In Oriente si conosce un solo caso di comunità clericale e viene menzionato da Sozomene. Questi, infatti, ci riferisce che a Rinocorura, in Egitto, i chierici conducevano una vita in comunità, abitavano in un’unica casa, avevano una sola mensa, tutto era loro comune. Anche Eusebio da Vercelli coniuga la vita ecclesiale con la riforma dei monasteri. A ben guardare, però, questi va oltre Agostino. Non si limita a dare al suo clero qualche elemento o una qualche forma delle virtù proprie dei solitari, ma ne riprende l’abito, la professione e lo stato, contemporaneamente assegnandogli compiti sacerdotali. Si può concludere che, mentre Agostino lasciò il suo clero nello stato ecclesiastico, aggiungendo alla vita e alla pietà clericale solo la vita in comune e la rinuncia ai beni, Eusebio da Vercelli portò nella sua chiesa lo stato e la professione monastica, fece, cioè, abbracciare al suo clero la vita monastica coniugata a funzioni proprie dello stato clericale. Questo modo di vedere coincide con quanto S. Ambrogio scrive su Eusebio: "Nella chiesa di Vercelli vengono dal vescovo richiesti sia l’ascetismo di coloro che vivono in monastero che la disciplina della chiesa. Questi due elementi che in occidente erano prima separati, Eusebio li congiunse…" Baronio è del parere che Eusebio si sia ispirato agli esempi conosciuti durante la sua missione in Egitto (328) che svolse in qualità di legato papale. Stando alla testimonianza di S. Massimo da Torino la fondazione di Vercelli sembra essere soprattutto un monastero, dove, ridotte al minimo le esigenze della professione clericale, ne fanno da padrone : isolamento, austerità, lunghi uffici di giorno e di notte, meditazioni, letture, lavoro continuo e clausura. Non si è certi, ma neppure lo si può escludere, che altri tentativi, anteriori a quelli di Agostino ed Eusebio possano essere stati realizzati. E’ bene evitare, in questi casi, ogni affrettata conclusione. Infatti, anche se molto conosciamo riguardo alla storia della chiesa primitiva, molto più ci sfugge. Tentativi isolati, nascosti, presto forse abbandonati o poco incisivi, possono essere stati condotti in diverse direzioni. La mancanza di vita comune in senso materiale non può far concludere che i membri, costituenti il seguito del vescovo, cioè i suoi stretti collaboratori, non costituissero con il vescovo stesso un unico insieme, dividendosi i compiti dell’amministrazione della diocesi. Tra il 751 e il 755, S. Crodegango, vescovo di Metz, redasse una regola per i canonici, che vivevano con lui. Questa regola venne presto adottata in diverse chiese. A partire da questo momento i canonici sempre meno si distinsero dai monaci, nonostante i concili tra la fine dell’VIII secolo ei primi anni del IX continuassero a mantenerli chiaramente distinti ( per esempio: il concilio di Aix-la-Chapelle del 789, il concilio inglese di Chelsea del 787, il capitolare dell’813, cap.4). Un capitolare dell’802 fa esplicito riferimento a due tipi di comunità canonicali: una nella casa del vescovo, l’altra nel monastero. Un concilio di Tours ancor più chiaramente parla di "canonici sotto un vescovo" e "canonici sotto un abate" (che non sono, tuttavia, considerati monaci). Più tardi si finirà con il designare queste due tipologie di canonici l’una: "il capitolo della cattedrale" e l’altra: "il capitolo collegiale". Nell’816 il concilio di Aix-la-Chapelle promulgò una nuova regola, un ampliamento di quella di S. Grodegango. Questa nuova regola dell’816 riconosceva alla comunità canonicale il diritto a possedere. Si vennero, così, a costituire le "mense" capitolari, come quella a Auxerre dell’819 o quella a Parigi dell’829… Alla fine del IX secolo si levarono alcune voci a sostegno dell’impossibilità di conciliare le esigenze della vita comune con gli obblighi del ministero pastorale (concilio di Reims dell’874). Questi attacchi si fecero sempre più insistenti, tanto che il X secolo viene considerato un periodo di grande decadenza dei canonici. La vita comune viene in molti capitoli abbandonata. I canonici che, nonostante tutto, rimangono fedeli alla regola dell’816 vengono chiamati con un nome nuovo, quello di canonici regolari. Nell’XI secolo si fece un grande sforzo per riprendere in mano la situazione. Di nuovo il vento soffiò a favore della regolarità. Concili e papi cercarono di imporla a tutti, ma non dovunque la riforma sortì gli effetti desiderati. Continuò, pertanto, a persistere la divisione tra canonici regolari e canonici secolari. I primi si trasformarono lentamente in veri religiosi e le loro case spesso vennero a costituire delle congregazioni, i secondi rimasero semplici chierici. Roma finì per avallare lo stato di fatto di questi capitoli secolari e li regolamentò, costituendo, così, i canonici secolari. L’espressione "canonici regolari" – di cui sopra – la si trova usata per la prima volta nelle costituzioni di Gualtiero (sec. X), arcivescovo di Sens (cf. can. 11). Sarebbe senza dubbio un anacronismo vedere in questi dei religiosi in senso stretto, infatti, quelli che oggi vengono comunemente detti "canonici regolari" apparvero nei secoli successivi. Dopo i grandi sconvolgimenti del X secolo – l’età ferrea – con l’XI secolo si apre una nuova era di riforma. Un decisivo contributo diede a questo movimento S. Pier Damiani, che nei suoi due opuscoli "Contra clericos regulares proprietarios" (PL 145, 479 seg.) e "De vita comuni clericorum" PL 145, 503 seg.) si oppone alla proprietà individuale dei chierici regolari e consiglia la rinuncia di tutti i beni, secondo l’esempio degli apostoli e dei primi cristiani. I riformatori si battono contro le due tipologie di canonici e sostengono che tutti devono ritornare ad essere "regolari". Nel 1059 e 1063 due concili romani legiferano in questa direzione. Nonostante ciò, l’ordine canonicale continua ad essere diviso in due tronconi: "canonici secolari" che conservano il diritto a possedere e la loro indipendenza, e i "canonici regolari" che, invece, sempre più optano per la vita comune e non tarderanno a costituirsi come monaci. E’ in questo momento – inizio della seconda metà dell’XI secolo – che un nuovo elemento si fa strada: la "regola di S. Agostino". Inizialmente l’espressione viene recepita in senso ampio e il nome di Agostino è affiancato a quello di papa Urbano e papa Gregorio. Più tardi con questa espressione si designerà la "regula secunda". Questa, chiosata e con supplemento di consuetudini ed altro ancora, sarà optata da numerose comunità, che scelgono la pratica della rinuncia totale dei beni. Nascono, così, sotto la regola di S. Agostino: i Canonici Regolari di S. Rufo, vicino ad Avignone (1038), quelli di S.-Denis di Reims (1067), quelli di S. Jean-des-Vignes di Soissons (1076), quelli di Arrouaise (1090), di Murbach (1093), di S. Victor (1113), i Premonstratensi (1120) e quelli di Chancellade (1128). Si costituirono, inoltre, altre congregazioni canonicali ugualmente famose: i Canonici Regolari del Salvatore o di S. Giovanni in Laterano, quella del S. Bernardo, di S. Maurizio nel Vallese…e accanto a queste: Grenoble, S. Egilio ad Arras… Ivo di Chartres dà vita a dei monasteri canonicali che rimangono separati gli uni dagli altri e sono sotto la sola giurisdizione del vescovo. I canonici regolari, stretti tra i monaci e i chierici secolari, devono lottare perché i loro diritti vengano riconosciuti. Nel XIII secolo nuove eventuali possibilità di confusione sorgono: gli Ordini Mendicanti. Con S. Francesco d’Assisi e S. Domenico si formano nella chiesa ordini dediti alla vita attiva, alla predicazione e all’apostolato. Anche S. Domenico adotta per i suoi figli la regola di S. Agostino che, come già detto, costituisce la regola tipo dei canonici regolari, ma le modifiche e innovazioni che vi apporta ne fanno un qualcosa di nuovo. Nonostante ciò i canonici regolari, anche se con alterne vicende, hanno continuato ad essere presenti e ad operare nel secoli successivi.


A cavallo tra due secoli


Nel secolo XVIII, mentre sotto la spinta dei filosofi e degli enciclopedisti il razionalismo anticristiano si annida a poco a poco tra le classi colte, gli abusi nei benefici portano scompiglio nelle abbazie. Nella seconda metà dello stesso secolo, l’ordine canonicale, come gli altri, subisce un forte declino. Era composto da circa 820 monasteri, ma la forza della rivoluzione, estendendosi presto a tutta l’Europa occidentale, incendia conventi e abolisce ordini religiosi. Il colpo inferto dalla tormenta rivoluzionaria fu senza dubbio molto duro, ma non mortale. E’ in questo contesto che viene a costituirsi il nuovo ramo canonicale della Congregazione dei Canonici Regolari dell’Immacolata Concezione di don A. Gréa. Congregazione che mosse i suoi primi passi nel 1869. Il Gréa non vuol riformare né ripristinare un ramo già esistente dell’ordine canonicale e meno ancora fondare una congregazione in senso stretto. Il suo ideale canonicale nasce da un profondo amore per la chiesa e da un’alta concezione del sacerdozio. Il suo programma non deriva da forme concettuali a priori. E’ un ideale di vita fondato su verità soprannaturali approfondite da un’intelligenza vivace, avvertite con animo di apostolo e vissute da un santo. In Gréa non si respira aria soffocante né si vive entro orizzonti angusti. Il suo sguardo spazia lungo tutta la storia della chiesa, concentrandosi in particolar modo sul periodo delle origini e su quello della Francia del suo tempo. Quest’uomo di Dio invece di piangere o di tuonare sulle rovine e gli sconvolgimenti va alla ricerca delle cause lontane che hanno portato alla decadenza, con profondo senso del divino coglie le aspirazioni latenti del mondo presente e previene le necessità del futuro. Proporrà rimedi con l’audacia e la tenacia di un ispirato. La restaurazione dell’ordine canonicale è, secondo lui, necessaria e determinante per un rinnovamento morale: "anche a costo di ingoiare delle pietre, fonderò i Canonici Regolari". Non fu una battuta dovuta al caso, come qualcuno potrebbe pensare, ma un autentico imperativo vitale per un apporto personale e provvidenziale in vista di un ampio rinnovamento cristiano. Alcuni estratti della magistrale opera del Gréa "De l’Eglise et de sa divine constitution" (1884), delle sue conferenze ai religiosi, nonché del libro di Dom Benoît: "La vie des clercs dans les siècles passés" (1915), saranno sufficienti per conoscere la dottrina del Gréa riguardo alla natura e alla funzione dei canonici regolari.  Per il Gréa la chiesa non si risolve nella sua entità giuridica. "La chiesa è Cristo stesso; ‘la pienezza’, il compimento del Cristo, il suo corpo e il suo sviluppo reale e mistico: è il Cristo totale e compiuto". Più oltre ritorna su questo tema paolino (Ef. 1, 22-23): "E’ questo divino propagarsi del Cristo che lo sviluppa e che gli dà quel compimento e quella ‘pienezza’ che è il mistero stesso della chiesa. E come da Adamo e dopo di lui nel genere umano, che da lui deriva, vi era una gerarchia e un ordine costituito, così c’è una gerarchia della chiesa, che procede dal Cristo e, in questo propagarsi del Cristo, si estende fino ad interessare le ramificazioni più periferiche della nuova umanità, suo corpo mistico, nonché della creazione su cui estende il suo dominio". Il papa è il rappresentante, il vicario visibile, del Cristo invisibile, capo di questa immensa famiglia cristiana: "uno strumento e un rappresentante per mezzo del quale il governo della chiesa universale è sempre esercitato in suo nome…quanto detto sulla dignità di S. Pietro ci mostra che questi rappresenta così perfettamente Gesù Cristo e costituisce con il Capo divino della chiesa, così intimamente, una stessa persona gerarchica, che la tradizione, senza esitazione, ha detto dell’uno e dell’altro come di uno solo e di S. Pietro quanto sembra convenire solo a Gesù Cristo". "I vescovi hanno prima di tutto un potere universale che per sua natura si estende su tutta la chiesa.Tale potere deriva loro dall’essere costituiti nell’ordine episcopale ed è distinto dal loro titolo, che li costituisce vescovi di un popolo particolare". Il vescovo è capo della chiesa particolare, ma in continua dipendenza dal Vicario di Cristo da cui riceve il suo mandato. "Il vescovo porta a perfezionamento la sua chiesa formandosi una corona di cooperatori; in essa, per un’ultima comunicazione della missione sacerdotale, si costituirà un ordine di sacerdoti in tutto inferiore all’episcopato, i quali ne partecipano la virtù, ma senza poterla trasmettere…sono il senato della chiesa particolare e vi costituiscono quell’assemblea che nell’antichità veniva chiamata: il presbiterio". E ancora quasi ultimo frazionamento del sacerdozio, "sul quale si riversa quella sovrabbondanza della grazia e dell’unzione di cui è colma la gerarchia sacerdotale, sono i ministri propriamente detti, costituiti, in origine, principalmente dall’ordine del diaconato…La chiesa fin dai primi tempi ha separato dal diaconato alcune parti delle sue auguste funzioni e da quest’ordine unico e principale ha derivato gli ordini molteplici e distinti dei ministri inferiori". L’autore, nella specifica sezione riguardo alla chiesa particolare, come anche nelle conferenze, tenta una rivalutazione delle funzioni di questi ministri inferiori e ne ripropone la vitalità e la forza per la bellezza della chiesa locale. Da quanto detto, chiaramente traspare quale posto privilegiato il nostro teologo riserva al collegio canonicale. Per ben collocare l’ideale canonicale del Gréa non è possibile esimersi da quest’insieme armonioso, da questa visione grandiosa della chiesa e del sacerdozio. Si deve ritornare all’antico presbiterio: nato dal fervore della chiesa, dalla santità dei chierici e non da un fondatore. L’ordine canonicale è parte della struttura stessa del Corpo del Cristo continuato. Per essenza clericale si innesta direttamente nel ministero episcopale. Il canonico sarà dunque il sacerdote gerarchico per eccellenza, ma anche regolare, cioè, professerà la perfezione evangelica. Tra sacerdote diocesano e professione religiosa non è data incompatibilità alcuna. Al contrario! Don Gréa, dirà il suo biografo F. Vernet, vi scorgeva "una affinità essenziale e di origine". Alcuni passi lo dimostrano: "Fin dai primi tempi della libertà della chiesa l’istituto degli asceti, separatosi dal resto del popolo, si dette un’esistenza propria e distinta, dando, così, vita all’ordine monastico. Non fu così all’inizio per il clero, poiché non vi era distinzione tra il clero secolare, quelli cioè che abitano nel secolo e il regolare o religioso. Per questo l’ordine canonico, in definitiva il clero stesso, si sviluppò, per lungo tempo, coniugando in sé, in modo non ben definito, una vita religiosa ad una meno perfetta. Semplice rendersi conto del perché. La chiesa invitava apertamente gli ecclesiastici ad abbracciare la vita apostolica. E mentre con forza la esigeva dagli ordini più alti, da tutti desiderava che venissero seguiti i consigli evangelici e il totale distacco dai beni della terra, perché tra questo distacco e il sacerdozio vi è una segreta e profonda connessione". "I canonici regolari, infatti, rappresentano perfettamente nel mondo lo stato primitivo e apostolico dei chierici. Le bolle dei papi e i testi dei dottori li considerano quali successori degli apostoli e degli uomini apostolici e nelle chiese i continuatori del loro stato di vita. Per l’autonomia ormai acquisita, l’istituto dei canonici regolari venne ad essere considerato, per forza di cose, simile a quello monastico, già dovunque elevato al chiericato. Essi – dice S. Tommaso – sono chierici per essenza, mentre i monaci lo sono per accidens. In verità tanto l’ordine canonico che quello monastico nelle loro residenze ci presentano delle chiese canonicamente costituite e servite da un clero titolare professante la vita religiosa. Tanto che le osservanze degli uni e degli altri tendono sempre più ad essere simili, quasi a confondersi. La causa è da ricercarsi non nella somiglianza delle occupazioni quanto nelle origini storiche della disciplina claustrale. S. Benedetto, come già sopra riportato, la cui regola divenne l’unica carta per tutto l’ordine monastico, non ha fatto né preteso fare altro che formulare e precisare l’antica e primitiva tradizione della vita ascetica. Ora ai primordi della chiesa questa tradizione era già comune, per la natura stessa delle cose, tanto ai chierici che ai laici religiosi. Questi detti asceti, da cui derivò l’ordine monastico, non avevano una disciplina specifica, ma prendevano a modello i chierici, discepoli degli apostoli e i loro pastori, nei quali vedevano rifiorire la vita apostolica. I chierici con la perfezione del loro modo di vivere si ponevano come "modelli del gregge" (1 P. 5, 3) e gli asceti o monaci primitivi si sforzavano di seguire questi imitatori della vita apostolica, più degli altri fedeli. I vescovi e i chierici erano per loro maestri e superiori. Le origini, quindi, della vita monastica dal clero si estesero all’ordine laico e quando i religiosi di tale ordine, separandosi, diedero vita ai primi monasteri, vi portarono questi insegnamenti, che ulteriormente sviluppati, costituirono le regole monastiche. Pertanto le osservanze monastiche, nella loro essenza e per la loro origine, appartengono ai laici come ai monaci, o piuttosto furono da principio insegnate dai chierici ai monaci, che costituivano la parte eletta del laicato. E’ dunque per comune e non per diversa origine che l’ordine canonico dall’antichità e nei secoli seguenti ha sempre praticato le stesse osservanze dei monaci…D’altronde se l’istituto dei canonici regolari per le sue osservanze sembra essere in tutto simile all’ordine monastico, questo a sua volta, assunto il governo delle chiese e costituito negli ordini sacri, trovava nell’ordine canonico il tipo della gerarchia delle grandi chiese e dei titoli minori e lo imitava nell’istituzione dei grandi monasteri. Così che i due ordini anche sotto questo aspetto vennero ad assumere una stessa configurazione". Si potrebbe continuare nella citazione di stimolanti pagine del Gréa riguardo alla bellezza dell’ufficio divino e dello zelo apostolico, come sulla necessità di una vita interiore e della penitenza, tanto da costituire, quest’ultima, una caratteristica della sua formazione canonicale e condizione necessaria per un ministero fecondo. Ne scaturirebbero preziosi insegnamenti e mons. Vernet potrebbe fornici, traendoli dalla vita del nostro, tratti salienti, ma è necessario limitarci nella nostra scelta. E’ bene, tuttavia, non perdere l’occasione per conoscere il punto di vista del Gréa riguardo ad un problema canonicale, di cui ancora non è dato avere una soluzione soddisfacente: l’esenzione. "Vi sono due tipi di esenzioni. Le une riguardano principalmente chiese o territori circoscritti, hanno a che fare con la gerarchia di queste chiese, ne sono parte costitutiva e quindi assumono un carattere locale e territoriale come la gerarchia stessa a cui si richiamano. Le altre hanno come primo e principale oggetto ordini o classi di persone costituite al di fuori della gerarchia delle chiese…queste fanno dipendere i monasteri direttamente dalla Santa Sede, cosicché il Sommo Pontefice ne è l’unico vescovo e la giurisdizione viene in esse esercitata in suo nome e per sua autorità. E’ facile rendersi conto della grande opportunità di queste esenzioni per i grandi istituti monastici".

Tra i motivi elencati, viene menzionato il prestigio dell’abate, che potrebbe, se diocesano, adombrare l’autorità del vescovo. Inoltre le grandi abbazie con i loro numerosi e distanziati priorati non potrebbero essere correttamente considerate quali strutture puramente diocesane. Secondo il nostro, un comune denominatore di questo cammino verso l’esenzione è da ricercarsi nel venir meno della vita regolare nelle cattedrali e nella secolarizzazione dell’episcopato e del suo seguito. I religiosi, pur di conservare e ripristinare il fervore del loro ideale evangelico ritennero loro dovere realizzarlo altrove. Non mancarono delle eccezioni: grandi abbazie rimasero alle dipendenze del vescovo diocesano e, viceversa, collegiate e capitoli cattedrali secolari si richiamarono direttamente alla Santa Sede. Diverso è lo scopo del secondo tipo di esenzioni: "il sorgere dei grandi ordini religiosi nel XIII secolo e quelli dei chierici regolari nel XVI secolo diede un nuovo carattere alle esenzioni…questi grandi enti religiosi, destinati ad esercitare il ministero apostolico in diverse parti del mondo, non potevano chiaramente dipendere che dall’unica autorità apostolica a livello mondiale cioè dal Vicario di Gesù Cristo. L’unità stessa della chiesa esige che tali predicatori universali ricevano dal papa il loro mandato…Pertanto le esenzioni dei monasteri e di alcune chiese illustri sono concesse per motivi di opportunità, quelle degli ordini religiosi sono proprie del loro essere e dell’essenza della loro vocazione". E’ possibile, credo, nel contesto del Gréa, superare in modo soddisfacente le difficoltà che sorgono intorno all’esenzione canonicale. Per concludere, si preferisce lasciare la parola a don Paolo Benoît, eco fedele della dottrina del maestro, perché in sintesi ci presenti la specificità del loro ideale canonicale. Ecco alcuni estratti dall’Epilogo del suo libro: "La vie des clercs dans les siècles passés". Il primo elemento costitutivo della vita canonicale, derivante dalla stessa parola clero e da quelle del pontificale, è lo stato di perfezione evangelica: "il canonico, nella sua accezione storica del termine, è il clero che vive conformemente al canone dei chierici, la cui vita esprime il contenuto del termine clericatura, colui che osserva gli impegni derivanti dalla vestizione, che vive nella rinuncia per darsi alla contemplazione, che è crocifisso con Gesù Cristo per partecipare alla sua stessa risurrezione, che ha accettato di praticare i consigli evangelici, in una parola, colui che è chierico religioso o regolare". Il secondo elemento è il servizio ordinario in una chiesa: "il canonico per titolo appartiene ad una chiesa particolare e al servizio ordinario della stessa…è il chierico gerarchico nello stato di perfezione, cioè il chierico che fa professione di praticare i consigli evangelici nel servizio ordinario di una chiesa. Da ciò deriva che: il canonico ha un duplice servizio ordinario: il servizio a Dio e il servizio ai fratelli. Il servizio a Dio nella preghiera liturgica del giorno e della notte, istituita dagli apostoli e consacrata dalla secolare pratica cristiana. Il servizio ai fedeli con la predicazione, l’amministrazione dei sacramenti e i doveri propri della carità spirituale e anche, se può e lo desidera, con la carità materiale". In terzo luogo, il canonico è l’uomo della penitenza. E’ l’uomo della penitenza: 1° perché fa professione dei consigli evangelici, 2° perché al servizio della chiesa. A questo titolo (l’ultimo) deve completare nella sua carne ciò che manca alla passione di Gesù Cristo per il suo corpo che è la chiesa". Secondo don Benoît e il suo pedagogo nella vita canonicale, la restaurazione di questo ideale nel clero gerarchico, costituisce il più efficace ed unico, rimedio per un rinnovamento della chiesa. Tanto da terminare il suo libro con una fervente preghiera allo Spirito Santo perché promuova e realizzi questa gigantesca riforma. A distanza di anni, non è difficile tacciare i promotori di un così ampio programma di eccessivo idealismo, come, per esempio, il riproporre certe tradizioni attualmente difficili da praticare: salmodia durante la notte per i sacerdoti in cura di anime, certe forme di digiuno e di penitenza, il loro stesso sogno, santamente audace, di voler estendere tale ideale a tutto il clero gerarchico. Sia pure! Ma la loro proposta, al di là di ogni ristretta interpretazione, resta pur sempre una manifestazione di quel soffio dello Spirito che opera nella chiesa. Pur avendo, l’opera di don Gréa, subìto, come quella di Ildebrando, uno scacco apparente, il suo spirito, il suo ideale continua a vivere. Prova ne è il suo istituto dei Canonici Regolari dell’Immacolata Concezione che, pur con una legislazione molto mitigata dalla giurisdizione romana, realizzano, tuttavia, qualcosa del programma del loro fondatore, anche se diverso da come pensato e desiderato. Da ciò scaturisce un duplice compito da realizzare: ritorno al carisma originario e sua inculturazione nel contesto contemporaneo: "La tentazione di riprodurre un modello ormai vecchio può essere forte, perché più comodo. Ma è nostra responsabilità approfittare del ‘momento favorevole’ per tentare una seria inculturazione del carisma. Il punto è come riuscirci…Sono le forme istituzionali e ideologiche dell’epoca che scompare che spesso non funzionano. Tutte le culture devono mettersi profondamente in discussione per accogliere un carisma che solo sotto nuove forme potrà rinascere (32)…lo Spirito ci aprirà nuove vie; le sue chiamate e le nostra docilità alle stesse ci renderanno capaci di offrire alla chiesa universale un modello di ricerca continua, di dialogo e accoglienza, di superamento dei conflitti che nascono in contesti di inculturazione e di assunzione di nuovi modelli di vita, di pensiero e di governo (34)".



DOM ADRIANO GRĖA

Abate di Saint-Antoine-en-Viennois

Fondatore dei Canonici Regolari dell’Immacolata Concezione


I primi anni


Adriano Gréa nacque a Lons-le-Saunier, il 18 febbraio 1828. Il padre, un ricco proprietario del Giura, ricoprì più volte la carica di deputato sotto Luigi Filippo e nel 1848 fece parte dell’Assemblea Nazionale. La madre, Lucia Monnier, apparteneva alla famiglia dei Monnier, molto nota nel Giura per l’attività in campo sociale, lo spirito cristiano e le caritatevoli elargizioni. Dal loro matrimonio nacquero tre figli. Il primogenito morì a soli otto anni; il più piccolo Emanuele fu molto stimato, apprezzato e onorato dai concittadini per le sue doti e il suo interessamento per lo sviluppo agricolo del paese. I Gréa si dedicarono molto all’educazione dei figli e costantemente vegliavano per tenerli lontani dai pericoli che avrebbero potuto pregiudicarne una sana crescita e un corretto comportamento. Il padre, troppo preso da occupazioni esterne, lasciava alla moglie tutta l’incombenza dell’importante compito dell’educazione in seno alla famiglia. La madre, dotata di profonda pietà, unita a grande intelligenza ed elevata cultura, seppe imprimere nei figli una fede profonda e comportamenti di genuina vita cristiana. Da lei Adriano ricevette fin da bambino una solida educazione, che lo favorì nell’ascolto della vocazione particolare che Dio gli riservava e contribuì a farne un santo sacerdote e un eccellente religioso della chiesa. Adriano e il fratello, dopo una prima educazione in seno alla famiglia, seguirono dei corsi nel collegio di Lons-le-Saunier, che non soddisfecero, però, l’esigenza di una più qualificata cultura voluta dai genitori. Dopo la prima comunione di Adriano, la famiglia si trasferì a Besançon. All’inizio del 1840, i due fratelli furono iscritti come allievi esterni nel Collegio Reale (Lycée) della stessa città, i cui maestri, normalmente, erano rinomati per scienza ed impegno. A Lons-le-Saunier ebbero, per tutta la durata dei loro studi, come diligentissimo precettore un giovane laico, Pietro Petit, che sempre ricorderanno con affetto e riconoscenza. Sia a Besançon che a Lons-le-Saunier, Adriano riportò ottimi risultati, mettendosi in evidenza per le sue doti intellettuali, per la sua tenace e sorprendente memoria, per le sue qualità artistiche. Amava il disegno, che ancor giovane lo portava a riprodurre monaci, prelati e con maggior interesse scene della vita e della morte di S. Tommaso da Canterbury. Si rifiutò, tuttavia, di seguire corsi appropriati, poiché, come si venne a sapere in seguito, paventava di venire da ciò distratto dagli studi necessari per seguire quella vocazione verso cui già si sentiva attratto. Per lo stesso motivo, con moderazione, si applicò allo studio della musica, verso cui provava una naturale propensione. Si manifestava, già, in lui quell’indole che lo segnerà per tutta la vita: una profonda delicatezza di coscienza, una grande difficoltà a "riconciliarsi con se stesso" dopo aver commesso qualche colpa, a cui si deve aggiungere uno spiccato senso per la liturgia, che lo portava alla recita di una parte dell’ufficio divino, nelle cui parti in canto amava esibirsi. A Besançon conobbe il canonico Caverot, poi cardinale, che ebbe come suo direttore spirituale fino alla morte e consigliere in tutti i momenti importanti della vita.


Studente a Parigi


Dal 1845 A. Gréa si stabilì a Parigi con i suoi genitori, sempre preoccupati per l’educazione dei figli. Studiò e ottenne la licenza in diritto civile, seguendo, contemporaneamente, corsi all’Ecole des Chartes, per soddisfare la sua sete di conoscenza. Per due volte consecutive, primo del corso, ottenne la borsa di studio di 600 franchi. Con la pubblicazione della tesi: Essai historique sur les archidiacres, molto apprezzata e il cui argomento, del tutto inusuale, già manifestava la sua tendenza, conseguì il diploma di archivista-paleologo. In seguito, infatti, si dette allo studio della teologia, sotto la direzione di mons. Hiron, dottore dell’università di Louvain, promotore del tribunale vescovile di Parigi, parroco di Saint-Jacques de Haut-Pas. Contemporaneamente il nostro studente dedicò cuore e tempo libero ad attività allora fiorenti quali circoli studenteschi, oratori e corsi per il recupero e la formazione di ragazzi abbandonati. Gli studi e una solida fede cristiana spinsero il Gréa, pur attivamente e caritativamente impegnato, a nutrire una profonda ammirazione per quel periodo della storia fortemente contrassegnato dalla incisiva presenza della chiesa sui fedeli, sulle istituzioni e sulle legislazioni, che va sotto il nome di cristianità. Era consapevole che il Medioevo, accanto a vizi e nefandezze portava con sé grandi virtù, sublimi opere, accentuati momenti di penitenza in riparazione degli scandali efficacemente repressi dalla chiesa e profondamente convinto che ignorare o misconoscere tale epoca significava avere una lacuna nella conoscenza dello sviluppo dello spirito cristiano ed ecclesiastico. La caratteristica della chiesa di questo periodo che maggiormente richiamava l’attenzione del Gréa era la sua organizzazione gerarchica, la cui potenza e santità dei membri lo attraeva. I Canonici Regolari, distinti con questo pleonasma dai chierici, che non professavano la povertà religiosa, venivano da lui considerati come l’ideale per il clero dedito alla pastorale. Ideale, non solo ammirato, ma per tutta la vita perseguito. Il Gréa, come già detto, desiderava, ancora ragazzo, diventare sacerdote. Desiderio lungamente celato per l’opposizione del padre, ma condiviso da mons. Caverot, mons. Petit ed Edmondo Monnier, suo zio e che solo al momento opportuno, sotto la direzione prudente e paziente di mons. Caverot, comunicò al padre, la cui reazione, come previsto, non si fece attendere. E’ allora, che il figlio rispettoso, ma fedele alla vocazione, andò per la propria strada, prontamente soffrendo per quella freddezza, che il padre gli conservò fino al giorno del suddiaconato. Il 13 gennaio 1856 si trasferì a Saint-Claude dove ricevette la tonsura e gli ordini minori da mons. Mabile. La talare, per la circostanza, gli venne prestata da mons. Marpot, vicario generale della cattedrale, poi vescovo di Saint-Claude. Il giorno dopo partì per Roma. Alloggiò dai Benedettini di S. Paolo fuori le Mura, condividendone la vita monastica. Alla Sapienza si laureò in teologia. Ricevette il suddiaconato la vigilia della domenica di Passione, il diaconato la vigilia della solennità della Trinità e venne ordinato sacerdote alle Quattro Tempora di settembre del 1856. Durante il ritiro in vista del sacerdozio, scrisse, in latino, i seguenti proponimenti: "Lottare contro l’orgoglio. Quale vantaggio dall’umiltà! S. Paolo, l’eremita, visse in solitudine per novant’anni, senza provare alcuna umana gratitudine. Quale nobile gloria ne conseguì! Combattere le comodità e le esigenze del corpo, essendo ministri della chiesa e servitori di tutti. Quale serenità e purezza! Rinunciare agli onori e alla buona reputazione. Ingiustamente giudicati dagli uomini, anche buoni, dagli ecclesiastici e dai superiori, la nostra difesa sia semplice, modesta e priva di eccessi. Ritenuti ipocriti e fanatici, con l’apostolo Paolo, dal profondo del cuore ripetiamo: non noi, Signore, non noi, ma il tuo nome sia glorificato. Nostra unica preoccupazione: la gloria e l’onore della chiesa. Ecco il vero spirito del chierico". Segue, separata da un semplice trattino, una affermazione a cui rimase fedele per tutta la vita: "Non abbandoniamo mai gli amici e senza timidezza prendiamone sempre le difese".


Cappellano della chiesa di Baudin – La Maîtrise


Tornato in Francia, dopo la sua ordinazione, a novembre venne nominato cappellano della chiesa di Baudin. Il signor Edmondo Monnier, proprietario di un fonderia, padre del vescovo di Troyes e convinto cristiano, avendo a cuore le necessità materiali e spirituali dei suoi operai, spinto da forte intuito e viva fede, aveva capito che il modo migliore per venire loro incontro consisteva nel portarli a vivere una vita veramente cristiana. Per questo vi aveva fatto annettere una chiesa, piccola ma adeguata alle esigenze, in puro stile gotico e ornata con gusto spiccatamente medievale. La cerimonia della dedicazione nel 1854, fatta da mons. Mabile, curata dal Gréa, allora studente, ebbe una risonanza e perfezione allora inconsuete. Per questa circostanza il Gréa aveva con i ragazzi della fonderia formato un piccolo coro e dei ministranti, che tutti elogiarono. Il responsabile della fonderia, pur di non lasciar cadere l’iniziativa, fece sì che ogni giorno il cappellano vi celebrasse la santa messa cantata e i ragazzi del coro i vespri, anche questi cantati. Fu in questo contesto, ricco di spontaneità e di vitalità, che il giovane sacerdote, dopo averla sostenuto e incoraggiato con lettere sia da Parigi che da Roma, venne ad esercitare il suo ministero. Questi, infatti, aveva intuito che la liturgia, ufficio pubblico della chiesa, è il più efficace mezzo per la santificazione del popolo dei fedeli, a condizione, però, che venga loro presentata e spiegata. E’ in essa, infatti, che lungo il corso dell’anno, con sequenza drammatica, viene rivissuto il mistero del peccato e della redenzione dell’umanità: l’Incarnazione, la Passione e Morte del redentore, la Risurrezione ed Ascensione, a cui la misericordia divina vuole associarci per l’eternità, la santificazione per opera dello Spirito Santo presente nella chiesa, "Spirito di adozione a figli", la presenza della Vergine in tutti questi misteri. La santa liturgia, preghiera sempre esaudita, perché preghiera della chiesa in unione a Cristo, ogni anno, non solo, ripropone ai fedeli questo piano divino, ma concede loro quegli aiuti di cui hanno bisogno. Inoltre offre loro una consolazione piena di speranza, associandoli già da questa vita all’eco della lode divina, loro appannaggio per l’eternità. A Baudin il Gréa, con la parola e con l’esempio, esaltava la preghiera liturgica e per darle più stabilità e lustro, sostituì , a poco a poco, i ragazzi dell’officina, con degli allievi interni, che seguiti da sacerdoti ben preparati, frequentavano gli studi secondari. Questi allievi, ben presto una ventina, indossavano un abito clericale, tonaca bianca con cappuccio nero, per dare grande rilievo all’ufficio divino. Modo di fare unico, attirava molti visitatori. Tutti lo trovavano interessante, molti l’ammiravano e qualcuno desiderava parteciparvi o riprodurlo nella propria chiesa. Gli abitanti di Baudin ne erano entusiasti e provavano una così forte attrattiva per la loro chiesa, che, coloro i quali erano costretti ad emigrare, la rimpiangevano e con piacere, appena possibile, vi facevano ritorno. Per Gréa fu un primo tentativo di realizzazione della sua profonda aspirazione, un primo progetto di quella vita canonicale, tanto agognata, che, tuttavia, non trovò seguito negli allievi di Baudin sia perché il Gréa era sempre attento a non forzare l’altrui libertà, sia perché tentativi non del tutto definiti non ispirano fiducia, sia, ancora, per altri motivi sconosciuti. A seguito di questa esperienza gli sorse il desiderio di un apostolato missionario o di vita monastica, ma il buon Dio, in modo imprevedibile, lo condusse alla realizzazione del progetto lungamente desiderato.


Vicario generale


Nel 1862 mons. Nogret prese il posto di mons. Fillion, trasferito nella diocesi di Le Mans. Il vescovo, dovendo procedere alla nomina di un nuovo vicario generale – avendo il predecessore mons. Peschoud avuto la nomina a vescovo di Cahors e il sostituto mons. Girod essendo morto prima ancora che la promozione del suo collega avesse attuazione – la propose all’abate Gréa. Il cappellano di Baudin, sorpreso, si scusò e avanzò a pretesto per il rifiuto la volontà di procedere alla restaurazione dell’antico Ordine dei Canonici Regolari. "Ne sono al corrente – ribattè il vescovo – la mia proposta non sarà di nocumento al vostro disegno. E’ a Saint-Claude che cercherete di realizzarlo". Sentito il parere di mons. Caverot, il Gréa accettò. Per la ratifica della nomina si dovette attendere maggio 1863, a causa del rinvio di quella di mons. Peschoud. Nella corale di Baudin, intanto, si continuava a studiare e a celebrare uffici corali sotto la direzione dei monss. Barbier, Fremond e Morelot. Il cappellano, che amava la comunità, frequentemente vi faceva visita. Nulla di nuovo fino al 1865. Il 16 ottobre dello stesso anno, festa posticipata in onore di S. Teresa, la corale, cantata la messa a Baudin, cantò, un’ora dopo il suo arrivo, i vespri nella cattedrale di Saint-Claude. Nella cattedrale già operava una piccola corale per gli uffici capitolari e il servizio pastorale, composta, originariamente da ragazzi della città, più qualche pensionato della confraternita dei Fratelli di Maria. Sopraggiunto il Gréa le due corali – quella "nera" sotto la direzione del nuovo vicario generale e quella nuova, dal popolo soprannominata "bianca" – si esercitavano insieme sotto la direzione di comuni maestri. Il Gréa con totale e filiale dedizione si prodigò al servizio del vescovo, impegnandovi tutta la capacità della sua intelligenza e scienza. Nei Consigli con spirito libero e chiaro esponeva la propria idea e con prontezza e senza esitazione passava dalle decisioni prese, anche se non condivise, all’esecuzione delle stesse, difendendole da ogni critica. I colleghi del Consiglio lo stimavano perché di ogni cosa sapeva assumersene la responsabilità ed evitava, anche se di diverso avviso, di far pesare su loro l’eventuale insuccesso. Senza difficoltà, con ponderazione e carità, si accollava compiti difficili. Dimenticava gli altrui errori e ancor più i torti che subiva. E’ bene qui evidenziarlo: questo delicato compito, che gli altri a lui volentieri demandavano e che lo zelo per la disciplina a volte lo spingeva a compiere con qualche reprimenda, necessariamente gli procurò delle ostilità. Non se ne preoccupava più di tanto. Gli si può, forse, solo rimproverare di non aver sufficientemente cercato di conciliarsi o recuperare certe amicizie. Da qui, infatti, sorsero motivi di contrasto e sofferenze che, in seguito, si faranno sentire. Tale spirito di indipendenza, scevro da interesse personale, maggiormente emergeva nel trattare con i laici. Tacciava di incompetenza i loro giudizi su persone e cose di chiesa. Volentieri, anche se osteggiato dal clero, prestava ascolto alle lamentele, se fondate, dei fedeli, ma respingeva le diffamazioni frutto di ignoranza, di presunzione e di ingiustizia. Senza debolezza né timidezza difendeva i diritti e la libertà della chiesa di fronte al potere civile e dei suoi rappresentanti. Disdegnava i compromessi che nuocevano al diritto e all’onore ecclesiastico. Era in ottimi rapporti con i detentori del potere fin tanto che questi rispettavano la chiesa. Alla proposta del prefetto del Giura, Nau de Beauregard, di conferirgli la Croce della Legion d’onore, con delicatezza la rifiutò. Per non ulteriormente dispiacere all’amico, tuttavia, accettò l’onorificenza "d’officier d’Accademie", che si guardò bene dal mostrare ad alcuno. Divenuto il governatore della Repubblica ostile, il vicario generale, trattandosi di questioni ecclesiastiche, gli tenne testa con energia, prendendo le difese dei sacerdoti, che nel compimento del loro ministero venivano osteggiati da uomini politici. Questi uomini se la godevano nell’attaccare mons. Nogret, come si vedrà, perché pensavano di colpire in lui la persona del suo vicario generale. "E’ ora, diceva il prefetto, che la diocesi non sia più governata da un monaco". Tutti sapevano che il Gréa non parteggiava per nessun movimento politico, anzi a voce alta sosteneva che un ecclesiastico non deve immischiarsi negli affari civili…Le cose stavano effettivamente così? Si addiceva tale massima all’attuale situazione politica? Meglio sorvolare. Nel 1869, il Gréa, come teologo e il direttore del seminario, mons. Chère, con il loro vescovo sono presenti al Concilio Vaticano I, in seguito raggiunti da mons. Simonot. Mons. Nogret fu sempre tra i convinti sostenitori del dogma dell’infallibilità del papa. Nella diocesi si andava sostenendo tutto il merito andava ai teologi della diocesi e in modo particolare al vicario generale. Questi se ne scherniva, affermando che il vescovo di Saint-Claude apertamente e con profonda convinzione sempre aveva sostenuto una tale prerogativa nei riguardi del supremo dottore della chiesa. La sua stessa simpatia, risaputa, verso il governo di Napoleone III si fondava nella convinzione della validità del principio d’autorità, che trasferito su di un piano più elevato, faceva di lui un convinto sostenitore della Santa Sede e del Pontefice. Si faceva, inoltre, presente che lo stesso vescovo, unitamente ai suoi teologi, era irritato per i tentativi da parte di qualche dissidente di remare contro la libertà del Concilio con il ricorso all’autorità civile. Prima di partire da Roma, mons. Gréa, fu felice di ricevere una benedizione da Pio IX per sé e per la sua opera, di cui si erano già poste le fondamenta. Argomento del prossimo capitolo.


I Canonici Regolari

Don Gréa, trasferitosi dalla "Maîtrise" di Baudin a Saint-Claude, aveva iniziato con due o tre seguaci a praticare le osservanze e le penitenze della vita canonicale, a recitare in comune l’ufficio divino secondo le ore liturgiche. La professione emessa, dopo i voti privati, nelle mani del vescovo nella cappella privata della casa l’8 settembre 1871 segnò l’inizio della comunità, alla quale Pio IX, benedicendola, aveva imposto il nome di Canonici Regolari dell’Immacolata Concezione. Fedele all’antica tradizione, don Grèa definiva i Canonici: un collegio di chierici di ogni ordine che sotto la giurisdizione diretta del vescovo o quella dell’abate, di un priore o di un prevosto, dipendenti dal vescovo, esercita un ministero pastorale e locale in una chiesa particolare. Conducono vita comune ed emettono i voti propri dello stato religioso. Con un duplice compito: l’ufficio divino nel pieno rispetto delle norme liturgiche e la cura delle anime con la catechesi, l’amministrazione dei sacramenti e con altri mezzi specifici del ministero pastorale. Per vocazione, inoltre, si dedicano all’educazione dei chierici, da loro stessi reclutati, formandoli nelle scienze ecclesiastiche e nelle virtù dello stato religioso, sotto la direzione dei più anziani e sviluppando in loro il desiderio di servire l’amata chiesa con tutta la forza del loro giovanile entusiasmo. I Canonici Regolari, quindi, sono incardinati in una chiesa particolare, in una diocesi, costituita da più chiese locali sotto un unico vescovo. Si distinguono dalle Congregazioni, votate al servizio delle missioni e dell’insegnamento nella chiesa universale, come dall’Ordine Monastico, in quanto dediti alla cura delle anime e dai Capitoli secolari perché professano i voti religiosi. Sono fedeli ad una regola approvata dalla Santa Sede, diretti da un capitolo generale con un moderatore a vita. I Canonici Regolari uniscono, all’ufficio liturgico e alla cura delle anime, l’austerità della penitenza, secondo la regola di S. Benedetto che all’inizio era comunemente accettata dai monaci e dai chierici. Questa istituzione ha l’onore di seguire la regola di S. Agostino, perfezionata da altri vescovi, approvata dai pontefici romani, raccomandata dai concili e capitolari nel Medioevo, praticata da ferventi congregazioni: Arouaisse nelle Fiandre (1090), S. Rufo nella Provenza (1138), S. Vittore a Parigi (1113). Per la sua fondazione il Gréa si ispirò a queste congregazioni e in modo particolare a quest’ultima. Al 1871 al 1890 i Canonici Regolari I.C. svolsero il servizio corale nella cattedrale di Saint-Claude. Ogni giorno vi cantavano una messa solenne, i vespri e, per le grandi solennità, l’ufficio delle letture, anticipato alle ore venti della vigilia per favorirne la partecipazione dei fedeli. Negli altri giorni della settimana l’ufficio delle letture veniva cantato a mezzanotte nella cappella della comunità, come anche le piccole ore. L’ufficio cantato nel coro di questa famosa chiesa, tra i più belli di Francia, restaurato a spese dello Stato verso la fine del Secondo Impero sotto la guida illuminata dei vicari generali monss. Gréa e Carrette, offriva uno spettacolo nobile ed edificante. I chierici con gli ordini maggiori, occupavano gli stalli più alti, quelli con gli ordini minori i più bassi e i ragazzi, in piedi, sulla predella. Tutti con una grande tonsura e sulla talare di lana bianca con il rocchetto una cotta, in estate e nelle solennità del periodo invernale, che nei giorni di penitenza e in inverno veniva sostituita con una cappa nera. Nella parte alta del coro, vicino al seggio episcopale, il capitolo della cattedrale, con sopra il rocchetto la mozzetta o una cappa nera con cappuccio rosso, a seconda della stagione, che nel solenne momento della preghiera pubblica godeva del sostegno e dell’alternanza di quei graditi e ferventi collaboratori. Nella messa capitolare quotidiana e soprattutto in quella pontificale delle solennità la sontuosità raggiungeva il suo culmine. Ciascuno, secondo l’ordine di appartenenza, esercitava il suo ruolo con fare solenne senza fretta né ostentazione, con quella serena disinvoltura che è caratteristica di un comportamento ben formato. Per questi religiosi cantare l’ufficio secondo le norme liturgiche non comportava peso alcuno. Tutto veniva eseguito in gregoriano, riservando i falsi bordoni ai soli cantici evangelici e ad alcuni salmi nelle solennità. L’esecuzione in nulla era paragonabile ad un concerto. Don Gréa ben sapeva che la grande musica artistica non può venir gustata ed apprezzata che da pochi e che il canto ecclesiastico non può essere riservato ai soli virtuosi. Il canto scorrevole, ma senza fretta, sempre a mezza voce e senza sforzo era posto al servizio del testo sacro, ne evidenziava le sfumature e le diversità ed era espressione di profondi sentimenti. In una parola, il canto diventava espressione commossa della lode divina nel rendimento di grazie e nella preghiera. Mons. de Segur non si stancava di esprimere ripetutamente la propria ammirazione: "In nessun luogo ho sentito così ben cantare pregando e pregare cantando". La preghiera e l’efficacia del ministero che ne deriva non può alimentarsi che alle sorgenti del sacrificio. Alla sequela del Salvatore i Canonici Regolari "si santificano per i fedeli" con la preghiera e riducono il loro corpo in schiavitù. Non è forse vero che le corde di questa meravigliosa lira, per meglio vibrare, devono esser tese con la penitenza? I Canonici Regolari di Saint-Claude praticavano l’astinenza totale, osservando la quaresima con rigore e numerosi altri digiuni meno rigidi. Tale severità, da qualcuno scambiata per imprudenza, fu oggetto di serrata critica. Non è il caso di entrare nel merito di questa discussione. Ma, come impedire che delle anime elette, la abbraccino con cognizione di causa, seguendo l’esempio dei grandi Ordini? Con certezza si può affermare che la comunità di Saint-Claude la praticava nella gioia e senza dar segno di caderne sotto il peso. Con discrezionalità il rev. Padre esentava i ragazzi e alcuni ammalati dal digiuno e dalla astinenza oppure ne mitigava, per quelli più cagionevoli, l’osservanza. Il fondatore in tutto era di esempio, ognuno nutrendo con elevate riflessioni nelle conferenze spirituali e nelle ferventi omelie, specchio della dottrina dei santi Padri, che esaltano il digiuno perché per suo mezzo Dio "reprime i vizi, eleva l’anima, dona la virtù e prepara al premio".


Les "Petits frères" (I Piccoli Fratelli) – gli studi

"I piccoli fratelli" – così venivano chiamati – era un gruppo di ragazzi sul quale è opportuno fermare l’attenzione. Su di essi il Fondatore riversava tutta la sua tenerezza e preoccupazione di padre. Vivevano in un settore diverso, separati dagli altri membri della casa, sotto la direzione vigile e costante di due padri-maestri. Edificante era la loro pietà, alimentata dalla comunione frequente, presto quotidiana. Loro grande aspirazione svolgere nell’ufficio divino un ruolo che a volte non del tutto si confaceva alla loro giovane età. Consideravano un favore il poter assistere qualche volta all’ufficio della notte. Vivevano in un clima di grande affabilità, ma senza eccessiva confidenza, nel rispetto totale che vietava loro di darsi perfino del tu. Se nella casa o durante una passeggiata incrociavano qualche sacerdote, lo avvicinavano baciandogli la mano e rispondevano alle domande senza affettazione e nel più cordiale rispetto. I loro studi si protraevano fino al noviziato e ai primi anni della professione. Cosa studiavano? Brevemente. Corsi umanistici e di grammatica, come in tutti i seminari minori. Venivano in particolar modo curati gli studi di letteratura patristica ed ecclesiastica. Don Gréa si rifiutava di pensare che lo studio del latino servisse solo per la lettura dei classici. Desiderava che ogni studente fosse in grado di scrivere correttamente in latino e spesso adduceva a modello le lettere di S. Bernardo, anche se la sua preferenza andava a S. Leone Magno. Fu, in Francia, un precursore dell’insegnamento della filosofia scolastica. Non soddisfatto dei corsi di filosofia che agli ultimi allievi di Baudin venivano impartiti a Saint-Dié su testi di Grandclaude, che considerava non del tutto fedeli al pensiero tomista, ne riprese daccapo e personalmente l’insegnamento, servendosi di un suo testo mutuato da Goudin. Lacune in psicologia, dovute all’insegnamento ricevuto all’università, vennero colmate dal suo successore. A Saint-Claude gli studi teologici venivano fatti sulla "Summa" di S. Tommaso ed erano riservati a coloro i quali desideravano abbracciare la vita canonicale – gli altri studiavano teologia nel seminario maggiore della diocesi –. Per questo venne criticato. Noi riteniamo che l’esperienza fatta a Saint-Claude non sia da condannare, anzi da confermare, stando ai recenti atti della Santa Sede… Due altri punti dell’insegnamento del Gréa meritano di essere messi in evidenza. Nel suo programma si dava grande rilievo e spazio allo studio della storia. Nell’insegnamento degli avvenimenti della storia profana non poteva fare a meno di cogliervi la presenza di Cristo e l’operato della chiesa. Non disdegnava, anche se in separata sede e a studenti più grandi, impartire lezioni di alta teologia magistralmente esposta nella sua opera "Traité sur l’église". Un corso alla settimana veniva dedicato alle disposizioni, alla storia e all’interpretazione della Santa Liturgia. L’insieme costituiva un corso completo di formazione ecclesiastica e una guida nella pratica quotidiana dell’ufficio corale e per il servizio pastorale. L’organizzazione della comunità dei Canonici Regolari di Saint-Claude aveva attirato non solo l’attenzione, ma suscitato l’ammirazione di numerose, illustri e sante persone. Tra queste si possono menzionare le eminenze Caverot e Mermillod, protettori della stessa, i monss. de Segur, de Conny, i revv. Padri Desermont e Giraud de la Salette ed altri, che con piacere vi ritornavano per esercitarvi il loro apostolato. Mons. Baudrillard, nella sua bella biografia: "Vie de Mgr. d’Hulst" ci riporta, in evidenza, l’autorevole testimonianza dell’illustre rettore. Nell’impossibilità di riproporla per intero, volentieri, vengono riproposti alcuni passi delle lettere di questo illuminato e pio prelato, che amava recarsi a Saint-Claude per fare gli esercizi spirituali o per tenerli ai Canonici Regolari. "La compagnia – scriveva mons. d’Hulst il 20 luglio 1886 – di queste anime sante, pure, mortificate e gioiose mi fa sentire in paradiso. Sono entusiasta che se ne trovino ancora. Il superiore, che conosco da vent’anni, lo considero un redivivo S. Bernardo. Servendosi dei soli strumenti approvati dalla chiesa ha dato inizio, con successo, ad un’ attività all’apparenza impossibile…ha formato dei religiosi emuli degli antichi monaci e che con gioia praticano una disciplina ritenuta proibitiva ai giorni nostri…Molte sono le difficoltà a cui va incontro, soprattutto a causa del governo. Ma, se Dio vorrà, quale rinnovamento ne deriverà per il ministero pastorale". Il 22 settembre 1895, mons. d’Hulst scriveva ad un giovane sacerdote: "Da tempo sono convinto che solo i sacerdoti religiosi saranno capaci di reggere le nostre parrocchie e questo porterà un rinnovamento anche nel clero secolare…[a causa la rottura del concordato] seguiranno gravi sconvolgimenti temporali e spirituali, tali che per superarli e nell’impossibilità di una scelta diversa, si dovrà convenire sulla necessità di eliminare buona parte delle differenze tra il clero religioso e quello secolare…".Ancora, nelle annotazioni fatte a S. Antoine nel 1893 durante un ritiro, il pio prelato, dopo aver descritto il solenne benedicite in falsi bordoni e la benedizione degli inservienti che entrano ed escono dal refettorio durante il pasto della sera, così prosegue: "Veramente, un pasto con un tale inizio non lo si può considerare un’azione materiale, ma la prosecuzione dell’ufficio. Del resto, tutta la vita dei Canonici Regolari è pregna di questa mistica poesia: nulla vi si riscontra di banale, nulla di spento, come nelle comunità moderne. A questa stessa conclusione ero giunto vent’anni or sono, allorché venni a S. Claude per predicare gli esercizi spirituali per una ordinazione. Allora ne rimasi così colpito che pensai di entrare nell’Ordine. Non ne ero del tutto convinto. Oggi ne provo certamente una simpatia più distaccata, ma non meno viva. Troppo anziano e troppo preso dalle attività, posso soltanto dire: beati coloro che hanno potuto, saputo e voluto, al momento opportuno, mettere in pratica questo meraviglioso scambio di tutte le cose con l’unico necessario".


Episcopato di mons. Marpot


Tra il dicembre del 1879 e i primi mesi del 1880, il clero diocesano rimase profondamente scosso dall’inattesa nomina di mons. Marpot a vescovo di Saint-Claude. Mons. Nogret, pur costretto al letto dalla malattia, tuttavia adempiva ai suoi compiti amministrativi con l’aiuto del Consiglio, costituito da persone esperte. I monss. Mermillod e Bagnoud, l’uno vescovo di Bethléem e l’altro abate di Saint-Maurice-en-Vallais, amministravano il sacramento della confermazione. La richiesta di dimissioni era stata rifiutata dal Sommo Pontefice. Fu in questo contesto che venne annunciata l’elezione di mons. Marpot, parroco di Arbois. L’amministrazione diocesana concordemente impugnò il piano, perché la via seguita dagli uomini politici, da cui era partita l’iniziativa, contravveniva al diritto della chiesa e al rispetto dell’episcopato. Don Gréa, date le capacità intellettuali e la fermezza del suo carattere, poteva a tutti gli effetti essere considerato l’anima di questa opposizione, ma non l’ideatore, perché nulla avrebbe fatto senza il parere dei suoi collaboratori del Consiglio e la previa approvazione del vescovo. Nessuna prova, seppur minima, può essere addotta che possa far sorgere il sospetto di ricavarne un vantaggio personale o per mons. Fontanelle. Don Gréa, infatti, volendo semplicemente rimanere il fondatore della sua comunità, aveva rifiutato di essere il coadiutore di mons. Nogret e indicato in mons. Perrard, superiore del seminario maggiore, la persona più idonea a ricoprire quel ruolo. Per lo stesso motivo, già in precedenza, aveva rinunciato alla nomina a vescovo di Annecy, anche se, cedendo, alle sollecitazioni del clero diocesano e alle istanze di mons. Mermillod, che lo sosteneva, aveva, a malincuore, lasciato che la cosa seguisse il suo corso. Il suo tardivo consenso non sortì effetto alcuno, essendo nel frattempo caduto il ministero Dufaure (1879), che ne era favorevole. Don Gréa, senza lasciarlo ad intendere, non se ne rammaricò. Nel 1877 il Gréa aveva rifiutato la nomina a vescovo di Langres, propostagli dal Governo francese. Tutti, il giorno dell’insediamento di mons. Marpot, rimasero edificati per la profonda umiltà con cui il Gréa, dopo l’atto di ubbidienza, si avviò a prendere il suo posto nel coro come canonico onorario, carica che ricoprì, in perfetta sintonia con il vescovo, per dieci anni, contemporaneamente dirigendo la Comunità e la corale della cattedrale. Intanto mons. Nogret, in ossequio al volere di Leone XIII, si era dimesso, ritirandosi a Poligny, nel convento dello Spirito Santo, dove qualche anno dopo morì. Il suo episcopato va ricordato non solo per le sante opere, ma anche per l’istituzione dell’Adorazione perpetua, la fondazione dell’Opera Apostolica, il ritorno dei Trappisti nell’abbazia di Acey, la fondazione del Carmelo a Lons-le-Saunier e la costruzione di meravigliose cappelle nei tre seminari diocesani. Nel 1880 i Canonici Regolari, pur colpiti dai decreti contro i religiosi ne uscirono praticamente illesi, grazie all’interessamento del signor Pradon, sottoprefetto a Saint-Claude. Solo dovettero momentaneamente cambiare il colore del loro abito e ufficialmente assumere il nome di "Chierici della Cattedrale".


Primi priorati – Decreto d’approvazione – Trattato sulla chiesa


Piccoli nuclei di Canonici Regolari, di almeno tre persone, si allontanano dalla casa principale o dai loro collegi per recarsi in altre chiese, meno importanti e qui svolgere attività liturgica e ministero pastorale. Ragazzi del posto li assistono nel canto dell’ufficio e l’amministrazione dei sacramenti. In queste comunità uno dei Canonici funge da superiore locale e la loro forma di vita in nulla differisce da quella dei confratelli della casa madre, anzi ad essa devono frequentemente far ritorno per prendere consigli e ritemprarsi nello spirito delle origini. Il primo esempio di priorato fu quello di Leschères (1880), che ebbe un’esistenza breve a causa di interventi da parte dell’autorità civile, che osteggiava la pratica della vita religiosa. Altri ne seguirono nella diocesi di Fribourg, più tardi in quella di Moulins e nel sud della Francia. Don Gréa stesso redasse dattegliate regole per questi priorati, per assicurarne una vita fervente, un buon esito nel ministero delle anime e un corretto comportamento verso i parrocchiani, i visitatori e i sacerdoti limitrofi. Il tutto improntato a prudente vigilanza e caritatevole comprensione. Nel 1876 il nuovo Istituto aveva, con il sostegno di trentacinque lettere redatte da arcivescovi e vescovi, avanzato la richiesta per il Decreto di Lode. Cosa che Pio IX accordò, pur essendo l’Istituto costituito da soli undici professi e una sola casa, perché stimava tali religiosi e voleva conceder loro "un alto encomio". Essendo intenzione del fondatore di non dar vita ad un nuovo ordine, come già riferito, o secondo il detto del cardinal Caverot non voler "fare meglio e diversamente dei santi", la Sacra Congregazione acconsentì acciocché le costituzioni si rifacessero agli antichi istituti dei Canonici Regolari. Il 12 marzo 1887, dietro descrizione dettagliata e profondamente elogiativa della vita dell’istituto e dell’amministrazione, presentata da mons. Marpot fu concessa l’approvazione definitiva con il decreto Vinea Domini Sabaoth. Nello stesso decreto si rimandava ad altra data, non ulteriormente specificata, l’approvazione degli statuti, per i quali si richiedeva una più attenta e completa stesura, ma nessuna modifica veniva avanzata riguardo alle osservanze liturgiche e penitenziali e all’organizzazione delle collegiate e loro succursali. Un momento di sollievo, questo, per don Gréa rattristato per due decessi molto vicini l’uno all’altro. IL 23 gennaio 1887, la morte del cardinal Caverot da sempre suo direttore e consigliere nei momenti più significativi della sua vita e quella dell’istituto. Due mesi dopo quella della madre, dopo mesi di sofferenza a causa di una caduta dalla quale non riuscì più a riprendersi. Don Gréa fortemente turbato per le visite frequenti, ma brevi, che aveva riservate alla madre, si riebbe solo dietro intervento deciso del superiore del Gran S. Bernardo. Questi infatti ben sapeva quale profondo affetto legasse il figlio alla madre e l’impegno da quest’ultima profuso per la crescita materiale e spirituale della comunità che, considerandola insigne benefattrice, quasi cofondatrice, profondamente la pianse compartecipe del dolore del fondatore.  Nel corso di questi anni il Gréa aveva lavorato alla stesura del suo trattato "De l’Eglise et de sa divine constitution". La prima edizione del 1885 venne pubblicata dall’editore Palmé. Una seconda del 1907, più completa e con l’aggiunta di una appendice, fu data alle stampe presso l’editrice "Maison de la Bonne Presse", a Parigi. Nell’impossibilità di esaminarne il contenuto, l’importanza e il valore in questo breve scritto si riportano alcuni estratti dell’unanime coro di consensi suscitati. "Per molti – scrive il cardinal Langénieux – il vostro lavoro costituirà una autentica rivelazione. Si conoscono sufficientemente le caratteristiche o note esteriori della chiesa, troppo si ignora sulla sua profonda costituzione e sulla sua gerarchia. Voi ce lo insegnate, voi ce lo presentate con scienza, direi quasi con una devozione che riscalda il cuore dopo aver illuminato lo spirito. Voi trattate l’argomento partendo dall’alto. Dopo averci presentato il posto che occupa la chiesa nel piano divino, dopo averci parlato della sua gerarchia: Dio, Gesù Cristo, il Pontefice, i vescovi ci fate assistere alla nascita e allo sviluppo della chiesa nel tempo…In questa ampia e grandiosa inquadratura voi avete saputo inserirvi tutto quanto la teologia, i santi canoni e la storia della chiesa racchiudono di più interessante e specifico su di un tema fino ad ora poco conosciuto e raramente trattato nel suo insieme". Mons. Lancia, arcivescovo di Monreale in Sicilia: "La lettura del vostro libro, più che una lettura o studio è una contemplazione…contemplazione in cui lo spirito immerso in Dio ne ammira la grandezza e si perde nell’immensità della sua bontà, le cui opere, come voi dite, non conoscono limiti, diversamente dalle altre nelle quali l’onnipotenza è moderata dalla saggezza che tutto compie con peso e misura…Tale teologia non si impara sui libri…è un dono che Dio fa a colui al quale piace rivelarsi; Lo benedico e Lo ringrazio d’avervi affabilmente concesso una tale conoscenza per voi e per gli altri".  Il cardinal Mermillod: "Il vostro libro mi sembra un sublime invito scaturito dall’Apocalisse, che invita clero e fedeli a questo affascinante spettacolo: "venite, vi mostrerò la Sposa dell’Agnello". Forse mai libro fu più utile alla nostra generazione gelosa della sua fiera indipendenza, diffidente del soprannaturale, passionale nei suoi fermenti e tuttavia scoraggiata di fronte alle rovine e alle antinomie dei suoi sistemi. Gli stessi cristiani non sempre nutrono amore e rispetto per la chiesa. Le dolorose esigenze della nostra epoca, gli interessi degli uni, le meschine devozioni degli altri rendono piccola e naturale questa santa chiesa, che una sola cosa con Gesù Cristo, suo corpo e pienezza, è con Lui la strada primordiale e definitiva di Dio in tutte le sue opere". Il cardinal Billot, che lo aveva citato in un suo trattato sulla chiesa, così si esprime: "Lo rileggerò, sia per mia istruzione che per mia consolazione nel Signore. Raramente ci si imbatte, oggi, in scritti di così pura ortodossia e così perfetto allineamento ad una corretta esposizione teologica, che parta dal: Verbo spirante l’Amore". Questo trattato va riletto; perché rileggendolo vi si scopriranno nuove profondità per sublimi riflessioni. Diversi illustri amici, primo fra tutti mons. de Segur, con insistenza chiedevano al Gréa, di pubblicare, come supplemento al trattato sulla chiesa, le sue riflessioni e conoscenze sulla liturgia: "La meditava, se ne nutriva, la viveva. Desidereremmo che ne parlasse". Solo dopo molto tempo mantenne la promessa fatta. La Sainte Liturgie, infatti, uscì nel 1909. Mons. Maillet, vescovo di Saint-Claude, nella sua lettera all’autore ne ha profondamente descritto il contenuto e sottolineata l’utilità: "Con grande piacere ho sfogliato il vostro libro. Tutto in esso contribuisce a farne uno dei manuali più utili ai lettori: le alte riflessioni teologiche, che ispirano il vostro studio, l’erudizione storica che lo pervade, la seducente semplicità con cui viene messa in luce la verità in rapporto al tutto e a ciascuna parte. Ognuno vi troverà argomenti per pie meditazioni, soddisfacimento per la propria legittima curiosità, vedute che consentiranno di coniugare il corretto svolgimento della disciplina liturgica attuale ad una perfetta comprensione del culto divino, mutevole nelle forme, immutabile nei principi, come la vita stessa della chiesa, che vi si manifesta…c’è per me un altro motivo per benedire il vostro libro: il ricordo del vostro grande impegno per il ripristino nella mia cara diocesi delle sante tradizioni liturgiche, di cui, a giusto titolo, si onora".


Ritratto di don Gréa


Prima di parlare della sua partenza da Saint-Claude, riteniamo fare cosa gradita ai lettori presentare, anche se brevemente, i lineamenti della fisionomia del pio fondatore. Don Gréa era di statura media. Nella vita quotidiana nulla di rilevante nel suo modo di fare o di procedere. Ciò che di lui colpiva era la grande dignità nell’ufficiare, come anche la sua testa scarna, ascetica dallo sguardo vivo e nello stesso tempo molto dolce, che sotto l’ampia tonsura lasciava trasparire un profilo da monaco del Medioevo. Di una intelligenza dotata di grande facilità di apprendimento e approfondimento, sostenuta da una memoria straordinaria, che lo assistette fino agli ultimi giorni. Lo studio continuo, la riflessione quotidiana, la lettura costante, anche durante i suoi numerosi viaggi, della Sacra Scrittura, che ogni anno leggeva per intero, avevano contribuito ad arricchire straordinariamente questo spirito già di per sé così dotato. Aveva letto i santi Padri assimilandone il loro pensiero. Conosceva la storia, soprattutto quella della chiesa, che con maestria esponeva nelle grandi linee come nei particolari. Si nutriva delle vite dei santi, tanto che nella conversazione, che volentieri e senza stancarsi uno poteva seguire, riemergevano nelle parole e negli esempi e ne abbellivano la predicazione. Don Gréa non era un oratore, la sua voce troppo esile ed acuta non si prestava all’ampia dinamicità del discorso. A volte delle titubanze nel parlare finivano per stancarlo insieme ai suoi uditori. Scriveva, invece, i suoi sermoni con una tale purezza di linguaggio, una eleganza di stile e una bellezza di fraseggio che rendevano il suo pensiero di una chiarezza straordinaria e la sua parola di un fascino inatteso. Predicava molto, senza una immediata e accurata preparazione, ai suoi religiosi e ai ragazzi delle due corali. Il conversare, sempre molto dignitoso, era semplice ed affabile. E’ difficile rendere l’idea di come fossero le sue omelie, in cui si dilettava ed eccelleva, ridondanti di citazioni bibliche e di massime dei padri e che a volte sembravano ispirate, tanto ne era la profondità, la spontaneità e la forza del pensiero e del sentimento che ne scaturiva. Peccato che tanta bellezza non abbia avuto i suoi stenografi, tuttavia crediamo che i lettori sapranno gustare e trarre profitto dalle sue conferenze, di cui, almeno in parte, se ne desidererebbe la pubblicazione. Volentieri predicava e a volte, soprattutto in occasione dell’insediamento di nuovi canonici nel Capitolo della Cattedrale, lo faceva in lingua latina. Con maestria nei suoi discorsi, normalmente brevi, entrava nel vivo del periodo liturgico, facendone derivare norme di vita e modelli di virtù cristiane, ecclesiastiche e religiose. Due, in modo particolare, i temi dominanti: l’amore di Dio per noi e la necessità di rispondere a "questo interrogativo posto al cuore" dell’uomo, del sacerdote e del religioso. Tutto era studiato per portare alla riconoscenza, alla fiducia senza limiti e ripensamenti, alla generosità, che si faceva preghiera, virtù e penitenza. La penitenza, che vista come atto d’amore, diventava facile ed anche amabile. L’intento ultimo che il pio religioso si prefiggeva di raggiungere con la predicazione era il bene e nella direzione delle anime la pace e l’anelito alla perfezione. La stessa ampiezza di vedute e profondità di sentimenti emerge dalle sue lettere in francese e in latino. Leggerle per apprezzarle, per gustare e provare la squisita delicatezza e tenerezza del suo cuore verso le sofferenze di coloro che a lui si rivolgevano. Condividendo il dolore ne sottolineava il vantaggio soprannaturale e riportava la povera anima straziata ad un fiducioso abbandono al Padre che ci ama "fino alla follia". Dalle sue lettere forte risuona l’eco delle gioie e dei patimenti della chiesa nel suo cammino terreno e il suo grande amore per questa santa madre, che si traduceva nell’augurio formulato con ardore: "che il buon Dio ci doni dei santi!" Centro della sua pietà: vivere la penitenza e il sacrificio con gioia e filiale abbandono in Dio. Gioioso nella sua penitenza, la praticava e ne superava la misura proposta agli altri, ricorrendo anche all’uso non previsto della disciplina. Per impetrare qualche grazia speciale, per stornare minacce, per assicurare stabilità all’istituto per giorni interi e a volte per più giorni non prendeva cibo. Veniva per lui quasi naturale il mortificarsi. Ne era così spiritualmente convinto, da non provare, sembra, le necessità del corpo. Di salute cagionevole, le cure materne e i continui allenamenti ne avevano fatto un temperamento forte. Per tutta la vita soffrì di attacchi di gotta, spesso violenti, a volte continui, a causa dei quali era gioco forza cedere. Tuttavia non interrompeva per questo il suo digiuno e, non appena possibile, a costo di essere trasportato a braccia, riprendeva il suo posto nel coro. Il brano a seguire del rev. padre Constant, domenicano, ospite del Gréa negli anni 1870 e ’71, pubblicato nel 1909 sulla "Revue du monde catholique" ne completerà il ritratto: " Condotto dalla mia buona stella non potevo trovare di meglio. La casa che mi accolse era quella dei giovani Canonici Regolari di don Gréa. Non c’era tetto più ospitale per accogliermi, tavola più fraterna per offrirmi il pane quotidiano…veniva spontaneo, vedendo il fondatore, pensare ad un vero un uomo di Dio. Era preso dalla sua opera…tali uomini, potenti in opere, appartengono ad una specie diversa, invano sarebbe cercarne di simili. Nulla hanno dei comuni mortali. Nel chiostro dei Canonici Regolari di Saint-Claude la vita era piacevole. Era don Gréa a darne il tono. Incantava i suoi ragazzi, i giovani della scuola apostolica, seminario fecondo di futuri canonici. I suoi collaboratori ne erano affascinati…i suoi ospiti entusiasti.Vissi per quattro mesi una esperienza indimenticabile. Solo un tipo di uomini rimanevano indifferenti, erano i cattolici liberali. Non vi era posto per questi sotto il suo tetto. Non vi avrebbero potuto vivere, l’aria li avrebbe soffocati. Altrove, però, trovavano ciò che faceva per loro. Maledetti: li colpiva con i suoi strali e se ne aveva, anzi sempre ne aveva avuti sotto i suoi bianchi capelli da ottantenne, da far paura…Con tutte le forze lottava per tenere a freno questa forza che incuteva timore. Quando l’arguzia saliva alla gola, come un cannone nella sua feritoia, sempre carico e puntato, di quali disinneschi non era capace la sua virtù!" Questa idea conclusiva è bene sottolinearla. Don Gréa, infatti, nel modo di pensare e di parlare personificava la benevolenza e nell’agire la dedizione generosa e senza limiti. Amava la chiesa. Tutto sommamente apprezzava di quanto la riguardasse. Profondamente amava e stimava l’Ordine Monastico, ma anche gli Ordini Mendicanti, soprattutto quello di S. Domenico, di cui era terziario, le Congregazioni missionarie, in particolar modo i Gesuiti e i Redentoristi, che meglio conosceva. Ne parlava con venerazione e non permetteva che su di loro si facessero facili apprezzamenti che ne compromettessero la fama. Stimava ed amava i confratelli del clero secolare e ne elogiava i meriti. Nutriva sincero affetto verso il seminario diocesano, al quale, volentieri ripeteva, il clero deve la sua scienza e la sua virtù. Non dipese certamente da lui se dei numerosi sacerdoti colà indirizzati per la formazione, non tutti risposero con venerazione e delicatezza ai richiami dei loro maestri. Nulla di imperfetto, dovremmo concludere, da riscontrarsi in don Gréa? Ma gli stessi santi hanno le loro lacune e difetti, qualificabili spesso quali eccessi delle loro virtù. Il fondatore si considerava padre dell’istituto e dei suoi singoli membri. Tuttavia, chiuso nelle sue preoccupazioni, difficoltà, inquietudini poco li consultava e ne accettava le osservazioni. Spesso li respingeva anche con asprezza, per molti motivo di rammarico. Accresciuto dal grande rispetto ed ampia fiducia che nutriva per gli ecclesiastici e religiosi esterni. La cecità del superiore sui difetti, indelicatezze, a volte tradimenti, che solo lui non riusciva a vedere e che la correttezza gli impediva di ammettere, ne accresceva la sofferta gelosia. Di fronte alle prove, cadeva in uno stato di profonda tristezza, senza rammarico e senza nulla ricavarne per l’avvenire. La troppa fiducia nelle persone, "che reputava essere quello che avrebbero dovuto essere" – come diceva il card. Sevin – fu per Gréa fonte di molte delusioni e sofferenze. Il fatto di sentirsi padre, però, lo spingeva ad elogiare i suoi figli di fronte agli estranei – mai in loro presenza – spesso in modo esagerato e in contrasto con l’idea che ne aveva. Don Gréa aveva ricevuto dalla natura un gusto raffinato, ma esclusivo, che l’arte aveva ulteriormente accresciuto. Facilmente criticava quanto vedeva o udiva. Quanto di imperfetto, doveva sparire. Questo diceva non con l’intento di offendere, ma solo per esprimere un suo parere. Eppure offendeva e se ne rammaricava. Forse la volontà di emendarsi non uguagliava l’umiltà del proponimento. Già si è detto dell’ammirazione del Gréa per la vita e la grandezza della chiesa dell’alto Medioevo. Per questo apertamente si rammaricava per la cresciuta mancanza d’incidenza di questa sul piano spirituale e sociale. Spesso rampognava come abusi, per esempio, i benefici e le commende che venivano accordate. Pur rendendomi conto che un tale comportamento possa, a lungo andare, annoiare gli interlocutori, meno condivido il rimprovero che gli viene mosso di considerare la chiesa quale responsabile delle umane cupidigie, che non aveva saputo reprimere. Di certo una sua lacuna e un suo torto ignorare e misconoscere certi dettagli, anche se secondari, del diritto ecclesiastico e del modo di procedere dei tribunali romani. E’ corretto approfittarne, forse anche ampliandolo, per scagliarsi contro questo uomo che così altamente aveva fatto risuonare la sua voce in difesa del Pontefice, dei grandi principi del diritto canonico, combattuto con tanta forza le dottrine liberali? I duri attacchi contro il modo di comportarsi in coro, riconosciuti dallo stesso Gréa, non dovrebbero essere ricondotti a più moderato consiglio? Molti di questi modi di fare non provenivano, forse, da una lodevole tradizione, che la Santa Sede, riconosceva legittima? Non gioca in loro favore che siano praticati da Ordini monastici tra i più ortodossi? A buon conto, i fedeli, se pur momentaneamente scioccati, ne verranno certamente edificati.


Da Saint-Claude a Saint-Antoine-en-Viennois


Il servizio corale del Capitolo della cattedrale di Saint-Claude, che per indulto papale poteva, ogni cinque anni, essere rivisto, era già stato limitato alla messa cantata quotidiana, ai vespri di alcune feste e a qualche ufficio delle letture. Con il consenso di mons. Nogret i Canonici Regolari vi inserivano il canto quotidiano dei vespri e compieta nell’ottavario della festa del SS. Sacramento, senza la partecipazione obbligatoria del Capitolo. Nel 1890, anno per il rinnovo dell’indulto, qualcuno della curia vescovile e qualche canonico, cercò di approfittarne, adducendo motivi pastorali ed economici, per ridimensionarlo ulteriormente con la soppressione dei vespri e dell’ufficio delle letture. Don Gréa, pur di diverso avviso, tuttavia accondiscese a che si rivedessero alcuni orari, come l’anticipazione dei vespri alle tredici, ora in cui non si effettuava servizio pastorale e decise di assumersi le spese – già si occupava dell’amministrazione della comunità – delle ufficiature. Il vescovo, però, sotto forte pressione per tanta insistenza cedette, richiamandosi a disposizioni del suo predecessore. Il Gréa, sempre pronto a sottomettersi agli ordini del vescovo, ma altrettanto convinto che l’istituto non godeva più di quella libertà di vita liturgica, che lo caratterizzava, decise di trasferirsi con tutta la comunità. Questo significava per lui lasciare la culla della sua fondazione, allontanarsi dalla popolazione che in tanti modi gli aveva dimostrato affetto e interessamento e da quella chiesa di cui ne aveva con tanto zelo e sfarzo celebrato i santi. Don Gréa acquistò e si trasferì con la comunità di Saint-Claude nell’antica abbazia dell’ordine degli Ospedalieri di S. Antonio, nel territorio di Vienne, diocesi di Grenoble. Il cui complesso, ideale per una casa madre di una congregazione, comprendeva una magnifica basilica del XIII-XIV secolo con sotto l’altare maggiore le reliquie del protettore S. Antonio, l’eremita, da cui il nome del borgo e in una cappella laterale una preziosa raccolta di reliquie, fatta dagli antichi religiosi. Intorno alla basilica nel XVIII secolo erano stati costruiti magnifici edifici, in seguito trasformati in una prospera filanda, ma al momento di nessun valore commerciale.  L’istituto dei Canonici Regolari, allora all’apice del suo sviluppo, contava più di cento professi con due case maggiori e dodici priorati. Da qui partirono per diffondere la vita liturgica in Scozia, in Perù e soprattutto in Canada, sotto l’efficiente direzione di don Paolo Benoît. Don Gréa spesso faceva loro visita. Quattro volte si recò in Canada. L’8 dicembre del 1896 mons. Fava, per mandato del Papa, eresse la chiesa di S. Antonio ad abbazia e conferì al Gréa la benedizione abbaziale con la consegna della mitria e del pastorale. Tutto era stato fatto all’insaputa del superiore e sotto i buoni auspici del vescovo di Grenoble e di mons. Langevin, arcivescovo di S. Boniface in Canada. Don Gréa contrario all’uso delle insegne pastorali, che avrebbero potuto offuscare la sottomissione al vescovo, caratteristica della sua fondazione, avrebbe preferito essere abate "di berretta".  Nuove prove sarebbero sopraggiunte dopo qualche anno di prospera crescita. Nel 1903, perseguitata, la comunità dovette esiliare in Italia ad Andora, provincia di Genova e diocesi di Albenga, in una grande villa che dava sul Mediterraneo. Qui il 21 settembre 1906, don Gréa festeggiò il suo giubileo sacerdotale, attorniato dai suoi figli presenti in Europa e da numerosi amici venuti dal Giura e da altri luoghi, che si congratulavano per la sua prospera salute, la lucidità delle sue facoltà e per tutto quanto poteva costituire motivo di ammirazione. Con riconoscenza tutti gli porgevano auguri di lunga vita. Sarà l’ultima festa senza ombre. Dio gli concederà di vivere ancora per dieci anni, ma pieni di tristezza, per la sua santificazione.


Ultime prove


Sia ben chiaro fin dall’inizio, che non è nostra intenzione, parlando di avvenimenti dolorosi, fare processo alle intenzioni, né di indagare se il rev. Padre sia stato personalmente offeso dal comportamento di qualcuno. Seguendone l’esempio, in tutto ci sia di guida la carità. Dopo la partenza da Saint-Claude – dove, stando alle testimonianze di ospiti della comunità e di altre persone, si veniva colpiti dal comune accordo spirituale, dalla unione degli animi e dal gioioso affetto spirituale che vi regnava – questa unanimità di intenti era andata scemando. Di questo don Gréa preferiva non parlarne tanto che coloro che non erano suoi intimi, vedendolo così padrone di sé e abitualmente allegro e brillante nel conversare, non potevano minimamente rendersi conto di quanto soffrisse. Infatti, anche se un buon numero di religiosi, soprattutto gli anziani, erano vicini al fondatore e ligi a tutte le norme della regola, qualcuno remava contro, ritenendole incompatibili con il lavoro pastorale e voleva cambiarle. Altri ancora, più saggiamente, pur addivenendo alla necessità di qualche cambiamento, pensavano che ciò spettasse al fondatore e che questi non vi si sarebbe opposto, se adeguatamente ragguagliato. A seguito di ciò nel 1907, dopo visita apostolica, la Congregazione dei religiosi nominò un vicario generale per l’istituto, nella persona di don Maria Agostino Delaroche. Don Gréa non vi si oppose; stimava molto la persona designata e vedeva in quella nomina un aiuto che gli veniva offerto. Un secondo decreto, in cui si dichiarava, che pur riservando all’abate un primato di onore, tutta l’autorità passava nelle mani del vicario generale e che a questi spettava la presentazione delle costituzioni per l’approvazione, fece capire chiaramente al Gréa che si trattava non di una semplice nomina, ma di una sostituzione. Il Gréa aveva ritardato la presentazione delle costituzioni sia perché mons. Caverot e mons. Mermillod gli avevano suggerito " di non aver fretta, un tempo più lungo di prova ne avrebbe favorito una redazione più prudente ed illuminata", sia perché un decreto di approvazione dell’istituto del 1887 lo rendeva fiducioso. Questo ritardo non giocò in suo favore. Quando, dietro incoraggiamento del cardinal Vivés, non ancora prefetto della Congregazione, don Gréa, terminato il lavoro, lo presentò, pronto a fornire ogni spiegazione se richiesta, era forse troppo tardi. Fatto sta che non se ne fece nulla.  Nel frattempo a Roma nella casa per studenti che l’istituto aveva sul Gianicolo, e che diverrà in seguito procura generale, si praticava, all’insaputa di don Gréa, ma autorizzata dal visitatore apostolico, una regola, forse prototipo della futura, accentuatamente mitigata e adattata alle diverse esigenze di vita. Le nuove costituzioni vennero approvate per sette anni nell’ottobre del 1908 e definitivamente nel dicembre del 1912. In queste costituzioni il Gréa non riconobbe più la sua opera. Cosa che immediatamente fece presente al cardinal Vivés, prefetto della Congregazione dei Religiosi, pur rassicurandolo che si sarebbe attenuto agli Atti della Congregazione stessa.  Presto, diversi professi, nonostante il parere contrario e l’insistenza del fondatore, chiesero ed ottennero la secolarizzazione. Questi rimase ad Andora con alcuni padri e studenti, che avevano chiesto di entrare in noviziato. Nel 1913 arrivò l’ordine di chiudere quella casa. Don Gréa, privato di ogni autorità e con la morte nel cuore, domandò ed ottenne, senza difficoltà, l’autorizzazione di lasciare l’istituto insieme ad un altro padre di suo gradimento libero di professare in tutti i particolari l’antica regola alla quale si era votato. Non c’è da meravigliarsi e meno ancora da formulare giudizi. Il Gréa non aveva mai dubitato che il suo disegno venisse da Dio. Prova ne erano gli incoraggiamenti di eminenti e santi personaggi consultati, le reiterate benedizioni dei papi, i favori che nella sua vita aveva ricevuto dalla Provvidenza e i risultati ottenuti. Proprio per questo, pur lasciando che l’istituto si adeguasse alle nuove costituzioni approvate, per sé e per quanti l’avessero desiderato sperava di poter ottenere l’autorizzazione a seguire l’ideale al quale si erano votati. Speranza alimentata da numerosi precedenti nei grandi Ordini (S. Francesco d’Assisi) e condivisa da eminenti protettori. Don Gréa nel 1910, così si esprimeva in una lettera ad un santo religioso, suo vecchio amico: "Mons. de Chậlons (mons. Sevin) che, da vero servitore di Dio qual’è, tutto considera alla luce del soprannaturale, mi scrive di considerare la croce il più prezioso dei tesori, la più efficace della forze, la più sicura garanzia per continuare a sperare. Mi suggerisce di perseverare a credere nella risurrezione di un’opera che Dio ha voluto e non si stanca di volere". Nel 1915 il cardinal Sevin convinse don Gréa a recarsi a Roma con don Benoît per ottenere una separazione tra le due comunità. Fallito questo tentativo ne escogitò un altro, vanificato dal sopraggiungere della sua morte. L’accettazione pura e semplice dello stato di fatto avrebbe, sicuramente, reso al Gréa la vita più semplice e la vecchiaia più serena. Non rientrava, come presto si vedrà, nel suo carattere l’ostinarsi nella ribellione. Come in passato continuava a nutrire una forte fiducia in Dio, nella sottomissione alla sua volontà, nello zelo per la gloria del Padre celeste. Abitualmente risiedeva a Rotalier, dai suoi nipoti, pieni di venerazione ed affettuose cure. Don Michel, che lo accompagnava, quale figlio riconoscente, gli prestava ogni attenzione e tenera dedizione. Tutto ciò non poteva, però, colmare la mancanza di quell’ambiente ecclesiastico tanto amato e per così lungo tempo condiviso. Spesso soggiornava nella trappa "de Sept-Fons" il cui abate, don Chautard, era suo intimo e fedele amico. A volte si recava all’arcivescovato di Lione, con la speranza di ricevere rassicuranti consigli. Volentieri chiedeva di essere ospite nel seminario maggiore di Montciel, dove si sentiva a suo agio. Baudin l’attirava con i ricordi della sua giovinezza e l’affetto della cara zia e di altri familiari. Qui, spesso, alloggiò nell’accogliente casa del cugino Enrico Jobez. Dovunque profondendo gioia, delicatezza e tutti edificando con la sua illuminata parola. Continuando, così, ad essere quello di sempre: amabile e benevolo verso tutti.


Ultimi anni – morte – sepoltura


Don Gréa, ovunque, con coerente fedeltà adempiva quanto richiesto dalla regola. A mezzanotte si alzava per la recita dell’ufficio e la meditazione che ne seguiva. Osservava il digiuno, anche se si dispensava dall’astinenza per non essere di aggravio a chi lo ospitava. Negli ultimi giorni della vita, le persone che se ne prendevano cura si vedevano costrette a camuffare la presenza di alcuni alimenti, necessari per la sua salute, perché non li respingesse, favorite in questo da un gusto ormai svigorito da continue mortificazioni. Il reverendo abate, oltre al viaggio a Roma, di cui sopra, con don Benoît, ne effettuò un altro in Belgio con don Michel per rendere visita al cardinal Mercier, che aveva espresso il desiderio di incontrarlo. Per alcune settimane risedette ad Amettes, diocesi di Arras, per incoraggiare e benedire il ripristino della vita canonica per opera del venerabile decano della chiesa, che ha il vanto di enumerare tra i suoi figli gloriosi S. Benedetto Labre. Dovunque don Gréa conduceva una vita molto attiva. Rivedeva e aggiornava opere già scritte. Di proprio pugno, gotta permettendo, provvedeva alla copiosa corrispondenza. Si immergeva nella lettura di opere soprattutto ascetiche e di vite di santi. Due momenti di grande dolore accrebbero la sua già abituale tristezza. Lui stesso ne fa menzione al fedele religioso che sempre lo accompagnava. "Alle prove della mia vecchiaia – scriveva il 17 gennaio 1916 – è da aggiungersi il forte dolore per la morte di don Paolo Benoît, mio emerito figlio per dottrina, vita di preghiera, contemplazione, penitenza ed apostolato. Dio, che ci permette di piangere come Cristo sulla tomba di Lazzaro, ci vieta, però, di mancare di fiducia e di fede nell’adempimento dei suoi disegni". E ancora il 20 maggio dello stesso anno: "Vicino all’eternità e al mio ottantanovesimo anno di età, provo un estremo bisogno della vostra vicinanza per le dolorose prove della mia povera anima. Dopo don Benoît, vengo privato di un altro santo e grande amico, il cardinale di Lione, mons. Savin. Sopravvivo a chi mi avrebbe dovuto sopravvivere. Lo so, stimato amico, la morte, che vanifica le umane attese, imprime il sigillo di Dio anche sulle sue opere e quando Questi chiama al riposo e alla ricompensa coloro di cui si è servito, fa capire che a Lui solo spetta proseguirle e portarle a termine". Il 21 settembre, nella chiesa di Saint-Antoine, in un clima di gioia, si celebrarono le nozze di diamante della sua ordinazione. Per l’occasione furono presenti alcuni suoi figli spirituali, riconoscenti maestri del Seminario minore, situato nel complesso dell’abbazia e una calorosa delegazione di gente del villaggio. Mons. Monnier nel suo toccante discorso, tenuto per l’occasione, si era rivolto al festeggiato dicendo: "salite l’altare e partecipate al grande amore del calice di Cristo, elevate al Salvatore il grazie della vostra riconoscenza. Grazie per i tanti benefici accordati, grazie per le feconde lacrime versate. Grazie per i doni che vi vorrà ancora elargire". Per la circostanza così il Gréa scriveva all’amico: "Il giubileo della vecchiaia è un richiamo all’eternità ormai vicina. Che la vostra preghiera mi accompagni in questi giorni verso l’incontro con i santi amici e protettori, che mi aspettano e mi chiamano…"Cinque soli mesi lo separavano da questo incontro. Ai primi di gennaio, le forze cominciarono a venir meno. Il 2 febbraio, a fatica e per l’ultima volta celebrò la santa messa nella cappella della casa. Gli ultimi giorni della vita del Gréa ci vengono descritti da don Michel in una lettera del 20 febbraio al vescovo di Moulins: "Il reverendo abate fino all’ultimo continua ad essere quell’ammirevole e santo religioso da voi sempre stimato ed onorato. Dietro sua insistente domanda il canonico Grévy gli ha amministrato i sacramenti…la santa comunione che io stesso ogni giorno gli porto e la recita dell’ufficio divino costituiscono per lui l’unica e costante preoccupazione. In continuazione, non potendo più seguire sul breviario quello che con lui o per lui vado recitando, chiede informazione su quanto detto o rimane ancora da dire…giaculatorie e passi della sacra scrittura sempre, anche nel sonno, affiorano sulle sue labbra. Segno di un costante colloquio con Dio. Giovedì scorso, con evidente profonda fede e pietà, ha ricevuto l’unzione degli infermi, rispondendo personalmente al sacerdote". Don Gréa, con il conforto della benedizione papale, il 23 febbraio, perfettamente cosciente, dopo aver benedetto i familiari che lo attorniavano, amici, confratelli e parenti lontani, si addormentò nel Signore. Il 26 febbraio, dopo le esequie nella chiesa di S. Agnese, sua parrocchia, le spoglie mortali del reverendo abate vennero tumulate nella tomba di famiglia, accanto ai genitori, al fratello e ai suoi tre figli. Vi fu una grande partecipazione di fedeli, venuti da tutta la regione. Per rendere onore a colui che consideravano una della più care glorie, si riunirono molti dei suoi figli spirituali e più di sessanta sacerdoti. Certamente più ampia ne sarebbe stata la partecipazione se circostanze e difficoltà di comunicazione non l’avessero ostacolata. Il reverendo don Chautard, abate di Sept-Fons, si prese cura della rimozione della salma e mons. Monnier, vescovo di Troyes, celebrò la santa messa, alla presenza del vescovo di Saint-Claude, mons. Maillet, che nutrendo profonda stima per il Gréa gli aveva conferito la nomina a canonico onorario della cattedrale. Questi, prima del commiato, tenne l’elogio funebre. Un autentico capolavoro di delicatezza, molto commovente e profondamente ispirato. La preghiera del messale: "che perseveranti nella preghiera e nella penitenza meritiamo di giungere alla patria celeste – ha detto tra l’altro – è stata per tutta la vita la sola costante presente nell’ideale dal santo fondatore sempre perseguito: quando esortava i suoi figli alla preghiera e al digiuno, quando teneva unita sotto il suo comando una famiglia in virtù dell’obbedienza e dell’amore, quando, in fine, accettò di essere purificato da quelle sofferenze che Dio riserva alle anime predilette, perché solo capaci di portarle senza soccombere sotto il loro peso". Il vescovo terminava il suo mirabile discorso esortando a pregare per il defunto, ma anche a ricorrere alla sua intercessione. Tutti i suoi figli spirituali: quanti lo hanno conosciuto, quanti ha plasmato a sua immagine, quanti ha istruito nella scienza e nella pratica della vita ecclesiastica, non potranno venir meno a questo suo ideale. Imploreranno, anzi, Dio perché mandi imitatori ed emuli delle virtù di questo suo grande servitore e della sua chiesa per la guida delle anime. "Questo giusto, il Signore, lo ha condotto per la retta via" che porta alla salvezza. "Gli ha mostrato il Regno" per descriverne brillantemente i reconditi misteri. "Gli ha concesso la sapienza dei santi", della loro dottrina e della loro vita perché la praticasse e la proponesse alla sua discendenza spirituale. "Lo ha reso famoso per le opere" di fronte ai fedeli, ai sacerdoti e ai pontefici. "Ha posto fine alle sue fatiche" con la sofferenza. Quale epigrafe di tutta la vita del Gréa si può prendere il versetto 8 del salmo 25: "Signore, ho amato lo splendore della tua casa". Ha amato la bellezza esteriore del tempio e con ogni risorsa del suo raffinato gusto l’ha perseguita. Ha amato la bellezza delle anime, dimora di Dio e dei cuori puri, che Lo lodano sulla terra. Ha amato la chiesa, dove Gesù Cristo dimora e con lei ha combattuto per renderla vittoriosa. Ama, ora, con amore perfetto e gioioso la dimora eterna, dove canta l’incessante alleluia al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo.


I Canonici Regolari nella Chiesa Particolare


L’esposizione storica, necessariamente rapida ed incompleta e la breve bibliografia non sono finalizzate a se stesse, ma servono da sfondo alle specifiche e personali riflessioni, che mi permetto di sottoporre all’attenzione di quanti benevolmente le vorranno prendere in considerazione. L’idea diffusasi nel Medioevo secondo la quale i canonici regolari siano da collegarsi direttamente a S. Agostino o che ne siano i legittimi eredi spirituali, è opportuno, con ogni probabilità, che venga lasciata cadere. Non sembra, infatti, che il vescovo di Ippona abbia mai pensato di dotare la chiesa di una istituzione universale e stabile. Anche se questo non vieta che si possa stabilire un confronto tra la stessa fondazione di Ippona e quella che, in seguito, sarà l’istituzione dei canonici regolari, date le diverse analogie che vi si possono scorgere. Senza, però, tentare di spingersi troppo oltre il consentito. Ogni momento storico e ogni individuo sono caratterizzati da categorie storicamente non asportabili in altri momenti. E’ altresì certo che il Gréa, negli anni dei suoi studi parigini, rimase colpito da una constatazione molto semplice: durante i secoli dell’era cristiana, almeno fino al X secolo, la vita religiosa, intesa in senso lato e implicante principalmente comunità di vita e di beni, non era una esclusiva dei monaci, ma veniva praticata in maniera abbastanza regolare e diffusa anche dal clero ordinario delle chiese particolari. Modo di vivere che trovava supportato in decreti di numerosi concili. Il Gréa aveva, inoltre, davanti a sé esempi molto eloquenti di antiche comunità di chierici, istituite da S. Agostino a Ippona, da S. Eusebio a Vercelli, da S. Martino a Tours, come anche le disposizioni emanate da S. Grodegango per il suo clero di Metz. Il Gréa affascinato, quindi, da questa scoperta accarezzò il sogno di poter essere sacerdote a quella maniera antica e maturò il proposito di restaurarla nel clero diocesano. Ma invece di creare canonici regolari per il suo tempo si lasciò prendere dalla eccessiva stima per il Medioevo e per alcune sue istituzioni, dando così inizio ad un gruppo di canonici regolari, che nelle sue intenzioni, dovevano essere la copia perfetta di certe comunità medioevali: "Per restaurare la vita canonica – diceva – non ho altro da fare che ritornare alle antiche osservanze". Nonostante quanto sopra riportato, nulla, credo, impedisce di cogliere nell’intuizione del Gréa un qualcosa di profondamente innovativo. Questi, infatti, accanto al clero diocesano che scelga di rimanere "secolare", ritiene possibile, anzi, auspicabile l’esistenza di un clero diocesano regolare con le seguenti specifiche caratteristiche:

La costituzione gerarchica di un collegio o presbiterio di chierici titolari di una chiesa sotto l’autorità dell’ordinario del luogo
che nel loro collegio conducono, in conformità all’ideale apostolico, una vita comune e religiosa
e che nel loro ministero si dedicano al servizio di Dio, delle anime e alla formazione dei chierici.
Il Gréa consacrò tutta la sua vita nel tentativo di realizzare questa figura di sacerdote diocesano, rifacendosi e ispirandosi agli antichi istituti dei canonici regolari, in particolar modo a quella di S. Rufo di Avignone e di S. Vittore di Parigi. In una conferenza ai suoi chierici del 27 novembre 1896 si trova la finalità specifica di questo suo proposito: "Lo scopo dei canonici regolari e la ragione della loro esistenza è di conservare la vita religiosa nel clero diocesano. E’, perciò stesso, evidente che la nostra vocazione esige l’incardinazione in una chiesa particolare"; e ancora: "noi siamo i religiosi del vescovo e l’ideale sarebbe che i vescovi stessi siano i superiori dei canonici regolari, perché l’ordine canonico sarà sulla giusta strada solo quando sarà diocesano ed episcopale". In conclusione: il Gréa, sebbene consideri lo stato religioso come attuazione e perfezionamento della vocazione battesimale, lo ritiene, anche, quale espressione privilegiata dell’intima natura della chiesa e questo, non in astratto, ma nelle sue implicazioni con l’episcopato e la chiesa particolare. Non sembra che prima del Grèa altri abbiano tentato di spingersi così avanti con l’inserire la vita religiosa nel mistero della chiesa particolare. Infatti, egli considera la vita religiosa come un carisma suscitato dallo Spirito Santo all’interno di una comunità locale, riunita dalla Parola di Dio e dall’Eucarestia. La vita religiosa è per il Gréa un singolare modo con cui il battezzato risponde agli appelli della Parola. Avendo il nostro colto l’aspetto carismatico della vita religiosa e la sua intima relazione con la vocazione battesimale, necessariamente è portato a calare lo stato religioso là dove i carismi vengono esercitati e gli impegni battesimali vissuti: la chiesa particolare. "L’unione della vita clericale con quella religiosa è, secondo il Gréa, una esigenza della chiesa contemporanea. Questi, con insistenza, parla di una incongruenza: molti sacerdoti vedono nella aspirazione alla vita religiosa una rinuncia al ministero pastorale ordinario, quello, cioè, di collaboratori del vescovo. I fatti lo stanno a dimostrare: il clero religioso è comunemente considerato il clero del papa, a disposizione del papa; e spesso il ministero in una chiesa particolare è, di fatto, esercitato da non religiosi. Don Gréa non conclude dal fatto al diritto, ma vorrebbe che nuovi orientamenti, al seguito di un’antica tradizione, possano far riscoprire l’importanza del clero del vescovo. Il Gréa è immerso nell’estasi di una visione di un futuro meraviglioso, i cui germi già si trovano nel presente: il clero diocesano, tutto o in parte, religioso, grazie alle comunità dei canonici regolari". Il nostro era perfettamente consapevole delle difficoltà che la restaurazione della vita comune e religiosa nel clero avrebbe comportato. "Restaurare – diceva – questa vita considerata impossibile e dimostrare che è possibile oggi come una volta…". Difficoltà che derivano da disposizioni del diritto ecclesiastico, dai vescovi e, non ultimo, da una scarsa conoscenza della storia e della teologia della vita religiosa sia tra i sacerdoti che tra le autorità gerarchiche. Era, tuttavia, parimenti convinto che la vita comune e religiosa del clero sarebbe stata la formula del futuro: "la nostra formula – scriveva al cardinal Mercier – deve e dovrà un giorno proporsi a modello". Parlare del Gréa significa, inoltre, parlare della liturgia, tanto questa è profondamente connessa al suo modo di vivere e di pensare. E’ sufficiente, per rendersene conto, ritornare alla bellezza degli uffici a Saint-Claude e a S. Antoine, ma, soprattutto, al suo delizioso libretto sulla Santa Liturgia. La preghiera dei canonici regolari – diceva – è soprattutto quella liturgica: " Vi sono tre forme di preghiera. La prima è quella individuale che ciascuno fa nel proprio intimo…la seconda è quella di gruppo, quando cioè, i fedeli si riuniscono per pregare…la terza quella della chiesa, superiore alle altre due". Infatti, la preghiera liturgica è l’omaggio per eccellenza che l’uomo in terra può rendere a Dio: "Dio si canta nel segreto del proprio essere un inno eterno, che altro non è che l’espressione delle sue perfezioni nel Verbo e nel soffio del suo Amore. Quando, nella sua bontà e sapienza, ha creato l’universo, ha prodotto come un’eco a questo canto eterno. Il suo canto faceva, così, la sua apparizione nel tempo, riecheggiando nell’armonia delle sue opere e alla creatura razionale, fatta a sua immagine, affidava il compito di presiederlo…solo un momento interrotto dal peccato, [questo canto] è stato elevato nel Cristo e nella chiesa, a una dignità ed eccellenza incomparabilmente superiori a quella della prima condizione. Il Cristo è il Figlio di Dio: unitosi alla sua chiesa, la introduce nell’eterna società del Padre e del Figlio; dandole, così, non più di riprodurre, quasi eco lontana, quel cantico che è Dio, ma sostanzialmente associandovela, la compenetra e l’anima totalmente del suo Spirito". Nel Gréa, quindi, il culto e la preghiera liturgica sgorgano dall’intimo della chiesa particolare, quale espressione ed esigenza della sua vitalità e si concretizzano ogni qual volta un popolo prega in unione con il suo vescovo o con chi lo rappresenta, infatti, è la presenza del vescovo a costituirne "l’ufficialità", mentre l’attiva partecipazione, di fatto e di diritto, del popolo dei fedeli conferisce agli stessi il loro carattere "pubblico". Un ultimo tema, magistralmente trattato nell’opera maggiore del Gréa, meriterebbe di essere presentato, ma dato il limite imposto dal presente lavoro, solo viene segnalato a quanti, eventualmente, ne fossero interessati: quello sulla collegialità. Il collegio episcopale costituisce per il Gréa: "il senato e il presbiterio della chiesa universale". Alcune testimonianze, per finire, che ben sottolineano l’originalità del pensiero del Gréa: "vogliamo dunque – diceva il vescovo ausiliare di Cambrai, mons. Jenny - parlare del mistero della chiesa e dei sacerdoti. Un autore di grande fama, fondatore dei Canonici Regolari dell’Immacolata Concezione, don Adriano Gréa, ha trattato questo argomento, e, in un senso egli è stato il profeta del nostro concilio nel suo libro intitolato De l’Eglise et de sa divine constitution". A questo intervento fa eco quanto detto da un grande e stimato studioso quale il de Lubac S.J., che in un articolo pubblicato su "La croix" del 22 ottobre 1965, scriveva che siamo ancor ben lontani dall’aver sfruttato tutta la ricchezza racchiusa in questa magistrale opera del Gréa sulla chiesa. E ancora: "La grande originalità del Gréa, nella sua sintesi dogmatica, consiste nell’aver nuovamente portato alla luce le origini mistiche e sociali della gerarchia. Spiega, infatti, nella sua riflessione sulla vita soprannaturale, che per tornare nel seno del Padre, noi siamo generati in quello della Madre; che detto con il linguaggio di un teologo contemporaneo, il p. Congar, così suona: la Trinità e la Chiesa, è Dio che viene da Dio per tornare a Dio, portando con sé, in sé l’umana creatura". Lo stesso p. Congar definisce il Gréa: "teologo della chiesa particolare".




 
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